Il Silfio era considerato la pianta dell’immortalità.
Anticoncezionale, anticontraccettivo e abortivo
e allo stesso tempo afrodisiaco
e capace di stimolare l’eros.
Apparteneva alla famiglia delle Apiaceae (o Ombrellifere), probabilmente al genere Ferula.
I Romani distinguevano le resine di Ferula combinando criteri rigorosi: la provenienza geografica, il prezzo di mercato e soprattutto l’analisi sensoriale attraverso olfatto, colore e sapore (Plinio il Vecchio, Dioscoride).
Il succo resinoso lattiginoso estratto da queste ombrellifere veniva chiamato genericamente laser (da lac sirpicium, ossia latte della pianta sirpe). Poiché la speculazione e le contraffazioni erano frequentissime, i Romani catalogavano le resine di ferula in quattro categorie:
1. Laser Cyrenaicum (Il Silfio di Cirene)
Era la resina in assoluto più pregiata, estratta dal mitico silfio della Cirenaica (Silphium cyrenaicum) e estinta nel I secolo d.C. [1] [2] [3] [4] [5] [6]
- Come lo riconoscevano: era traslucido, tendente al verdastro-rossastro e dal profumo intenso, gradevole e aromatico (Dioscoride).
- La prova dell’assaggio: bastava toccarlo appena con la punta della lingua per scatenare una sensazione di calore gustoso. Veniva conservato in vasi d’oro e d’argento ed era valutato al pari della valuta preziosa.
2. Laser Parthicum o Persicum (L’Assafetida)
Quando il silfio cirenaico andò incontro all’estinzione, i Romani lo sostituirono con il laser proveniente dall’Oriente (Persia, Armenia e Media), estratto principalmente dalla Ferula assa-foetida.
- Come lo riconoscevano: per l’odore acre, sulfureo e sgradevole (definito dagli antichi come “fetido”) dovuto ai composti volatili dello zolfo.
- Il test di purezza: Plinio spiegava che i mercanti spesso “tagliavano” l’assafetida con farina di fave o gomma arabica per aumentarne il peso. Per scoprire la frode, i Romani testavano la consistenza (quella pura era friabile e liscia) e la reazione all’acqua (quella pura formava un’emulsione lattiginosa priva di grumi sospetti).
3 e 4. Galbanum e Sagapenum (Le Ferule medicinali)
I Romani distinguevano nettamente le resine da condimento da quelle destinate ai soli usi medici, industriali o religiosi:
- Il Galbano (estratto dalla Ferula gummosa): Era una gommoresina densa, verdastra o giallognola, dall’odore aromatico-amaro. Non veniva usata in cucina, ma bruciata come incenso nei templi o usata nei cerotti per le sue proprietà emollienti.
- Il Sagapeno (estratto dalla Ferula persica): Di colore giallastro-arancio, con un odore intermedio tra il galbano e l’assafetida, impiegato esclusivamente dai medici come antidoto o spasmolitico. [1]
5. La Ferula Communis locale (Il Finocchiaccio)
I Romani conoscevano benissimo la Ferula communis che cresceva spontanea in Italia e in Sardegna. Sapevano che la sua linfa non produceva una resina pregiata o commestibile, ma la consideravano prevalentemente una pianta da pascolo pericolosa (per via del “mal della ferola” che uccideva il bestiame). Il fusto secco e leggero veniva invece svuotato e usato come contenitore protettivo per trasportare rotoli di pergamene o come bastone da viandante.
6. Ferula tingitana (Silfio del Marocco / di Tangeri)
Strettamente imparentata con la Ferula communis.
Era il “silfio africano occidentale” o laser della Mauritania (da Tingi, l’odierna Tangeri in Marocco).
- Come la distinguevano: quando il silfio di Cirenaica iniziò a scarseggiare, i mercanti romani provarono a sfruttare la Ferula tingitana come sostituto geografico più vicino rispetto all’assafetida asiatica. Tuttavia, la resina estratta da questa specie era considerata di qualità nettamente inferiore: era molto meno aromatica, decisamente più amara e non possedeva l’efficacia contraccettiva e lo stesso bouquet gastronomico del silfio cirenaico.
7. Thapsia garganica (Falso Silfio o Carota Mortale)
La Thapsia garganica è una pianta della stessa famiglia (Apiaceae), ma appartiene a un genere diverso rispetto alla Ferula. Identificata dai Romani come fonte di contraffazione.
- Che cos’era per i Romani: era il “falso silfio” per eccellenza. Cresceva abbondantemente sia in Grecia (da cui prende il nome, dall’isola di Tapso) sia nella stessa Cirenaica, spesso infestando gli stessi campi del silfio vero.
- Come la distinguevano: visivamente ingannava i raccoglitori meno esperti, ma la sua resina (il succus Thapsiae) aveva alta tossicità. Sebbene sia altamente tossica per molti animali (specialmente cammelli), le capre ne sono parzialmente immuni. Se toccata, causava dolorose vesciche e dermatiti sulla pelle. Se ingerita dal bestiame, risultava fatale (da cui “carota mortale”).
- Il test dei mercanti: Plinio il Vecchio racconta che i raccoglitori disonesti mescolavano la resina di Thapsia a quella del silfio cirenaico per aumentarne il volume, ma bruciava la gola, causando nausea immediata.
Nel 2021, il professor Mahmut Miski dell’Università di Istanbul ha riconosciuto nella Ferula drudeana (scoperta per la prima volta in Turchia nel 1909) il silfio perduto.
A livello morfologico, le foglie sono opposte lungo il fusto, una caratteristica botanica rarissima tra le altre specie di Ferula (che di solito le hanno alternate) ma chiaramente visibile sulle monete d’argento di Cirene. Presenta una radice tozza e ramificata e frutti a forma di cuore rovesciato, come descritto da Teofrasto e Plinio.
A differenza dell’assafetida (con odore di zolfo), ha un odore estremamente gradevole, aromatico e rinfrescante, ricorda il pino o l’eucalipto.
Dal punto di vista fitochimico, contiene oltre 30 metaboliti secondari con spiccate proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e, soprattutto, forti composti fitoestrogenici coerenti con l’uso contraccettivo e afrodisiaco che se ne faceva a Roma.
A livello agronomico, rifiuta la normale coltivazione, come testimoniavano i tentativi falliti di trapiantarlo fuori dalla Cirenaica descritti da Plinio. Per far germogliare i suoi semi in serra, i ricercatori hanno dovuto ricorrere alla “vernalizzazione”, una tecnica che inganna il seme esponendolo a un freddo umido artificiale che simula un rigido inverno.
Se fosse veramente il Silfio, come è arrivato dalla Libia all’Anatolia, alle pendici del monte Hasan?
La mano di mercanti, commercianti o il semplice gioco della Vita?
Sarà forse arrivato il Buon Tempo?

Autori:
Maurizio Grandi. Oncologo, immunoematologo, Direttore de La Torre.
Arianna Ballati. Psicologa, Nutrizionista, specializzata in Neuroscienze e Nutraceutica.
Sitografia:
https://www.storicang.it/a/il-silfio-pianta-miracolosa-scomparsa-nel-i-secolo_15087
https://www.accademianazionalevirgiliana.org/biblioteca/quaderni/5.pdf
https://www.ilpost.it/2022/10/03/silfio-pianta-estinta-antica-roma/
https://freerangehistory.substack.com/p/issue-37-extinct-wonder-plant-rediscovered
https://en.wikipedia.org/wiki/Ferula_drudeana
https://everythinglatin.co.uk/2025/01/08/ancient-greek-miracle-plant-rediscovered/
https://www.nationalgeographic.com/premium/article/miracle-plant-eaten-extinction-2000-years-ago-silphion
https://tg24.sky.it/mondo/2022/10/04/silfio-pianta-estinta-cappadocia