Mangiare dovrebbe essere il gesto più semplice della vita.
Eppure, mai come oggi, il rapporto con il cibo appare fragile, complesso, contraddittorio.
Viviamo in un’epoca in cui il cibo è ovunque. Lo fotografiamo, lo commentiamo, lo inseguiamo nei programmi televisivi e nei social network. Conosciamo il numero delle calorie, ma spesso abbiamo dimenticato il significato del nutrimento.
I disturbi del comportamento alimentare nascono dentro questa contraddizione.
Non sono soltanto disturbi del corpo.
Sono disturbi della relazione, con il cibo, con se stessi, con gli altri, con il tempo, con il mondo interiore, ma soprattutto con la propria storia e le proprie origini.
L’anoressia, la bulimia, il binge eating e le atre forme di disturbo alimentare raccontano spesso una difficoltà più profonda: riconoscere i propri bisogni,
dare un nome alle emozioni,
abitare il proprio corpo.
Il corpo diventa allora il luogo dove il dolore prende forma.
Parla attraverso il peso, attraverso il controllo, il silenzio, attraverso l’eccesso o la rinuncia.
A La Torre, il professor Maurizio Grandi propone una riflessione che parte da una domanda semplice: che cosa significa davvero mangiare?
La risposta va ben oltre la nutrizione.
Mangiare significa appartenere.
Significa costruire identità.
Significa partecipare a una storia che unisce la terra, la famiglia, la cultura e la memoria.
Per secoli il cibo è stato un rito collettivo.
“La tavola rappresentava un luogo di incontro, di educazione e di trasmissione di valori.
Attorno ai pasti si costruivano relazioni, si condividevano fatiche e speranze, si imparava il rispetto dei tempi e delle stagioni“.
Oggi, invece, assistiamo spesso alla solitudine alimentare.
Le famiglie si frammentano.
I pasti si consumano in orari diversi.
Gli schermi sostituiscono il dialogo.
La fretta sostituisce l’attesa.
Il cibo perde progressivamente il suo significato simbolico e relazionale.
E quando si rompe la relazione con il cibo, spesso si rompe anche qualcosa nella relazione con se stessi.
La Torre osserva il fenomeno dei disturbi alimentari attraverso una prospettiva integrata che unisce medicina, neuroscienze, psicologia, educazione e cultura.
Il corpo non viene considerato un semplice insieme di organi.
È una storia biologica. È memoria. È esperienza. È relazione.
Le neuroscienze mostrano come fame, sazietà, emozioni e percezione corporea siano strettamente intrecciate.
Il cervello dialoga continuamente con l’intestino, con il microbiota, con il sistema endocrino e con il sistema immunitario.
Mangiare non è un atto meccanico. È un fenomeno complesso che coinvolge il corpo nella sua totalità.
Per questo la cura non può limitarsi al peso corporeo.
Occorre ricostruire significati. Recuperare rituali. Ritrovare la capacità di ascoltare.
Riconnettersi: al proprio corpo, alle emozioni, alla natura ma soprattutto riconnettersi agli altri.
La tavola torna così a essere un luogo di educazione e di cura. La cucina diventa uno spazio di apprendimento. Il cibo recupera il suo valore culturale, sociale e affettivo.
Non più nemico.
Non più ossessione.
Ma strumento di relazione.
Perché forse la domanda fondamentale non è cosa mangiamo.
Ma COME mangiamo. CON CHI mangiamo.
E quale significato attribuiamo a quel gesto che accompagna ogni giorno della nostra vita.
Nella visione de La Torre, il percorso di cura inizia proprio da qui.
Dal recupero della bellezza delle relazioni. Dalla riscoperta del corpo come alleato.
Dal ritorno a una cultura del cibo capace di nutrire non soltanto l’organismo, ma anche la persona.
Quando il cibo torna a essere relazione, torna a essere salute.
Autori dell’articolo:
Maurizio Grandi (Oncologo Immunoematologo, Direttore de La Torre)
Arianna Ballati (Psicologa e Nutrizionista. Neuroscienze e Nutraceutica)
Alina Jitaru (Tirocinante in psicologia)
Guarda le lezioni:
1. https://youtu.be/3IvgydZ7-8Q?si=MjkFBJ_0ihu8qneB
2. https://youtu.be/uX2UguyY93s?si=cJ0HwYxeVU-VJsB2
3. https://youtu.be/zCFE-HmDFkg?si=O90ETRvDpQQeN_nJ