L’iperattività brucia il cervello.
Tempus fugit, dicevano i latini.
Nelle prime fasi della malattia di Alzheimer, si assiste ad un eccesso di attività a livello dell’ippocampo: processo di compensazione al deficit che la persona dovrà fronteggiare.
I neuroni dell’ippocampo, in questa fase, sono cronicamente ipereccitati, consumano più ATP, aumentano il firing sinaptico, il turnover ionico, il fabbisogno mitocondriale, portando ad un eccessivo dispendio di energia. Gli astrociti entrano in modalità glicolitica quindi captano glucosio, aumentano la glicolisi aerobica, secernono lattato, “nutrono” i neuroni iperattivi: il cosiddetto Inverse Warburg Effect.
Il 60-75% delle persone con Alzheimer è portatore della variante ε4 del gene ApoE4, il più importante tra i fattori di rischio.
Studi in vivo indicano che ApoE4 compromette la funzione mitocondriale neuronale alterando la respirazione ossidativa, riducendo la capacità bioenergetica di riserva e aumentando la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), favorendo vulnerabilità metabolica e neurodegenerazione, confermando l’Inverse Warburg Effect, con aumento dell’iperattività dell’ippocampo, centro della memoria. Questi cambiamenti sono predittivi di quello che accadrà in futuro.


Sembra un paradosso perché siamo abituati a pensare che un cervello attivo sia un cervello sano, in questo caso invece è vero il contrario.
L’iperattività osservata a livello dell’ippocampo assomiglia a un apparato elettrico sotto stress, ad un sovraccarico di tensione: funziona tutto, ma consuma troppo e troppo in fretta. Nel tempo questo eccesso logora i circuiti cerebrali, rendendoli più vulnerabili al declino.
Nei cervelli delle persone portatrici di ApoE4, alcuni neuroni sono più piccoli del normale, e quindi più eccitabili: si attivano più facilmente, rispondono più rapidamente agli stimoli, generando una rete costantemente attiva. Il gene ApoE4 dai neuroni contiene la proteina Nell2, responsabile della ridotta dimensione e della ipereccitabilità dei neuroni (Institute of Neurological Disease di San Francisco, “Nature Aging”).
I colpevoli non sono le cellule di supporto, bensì i neuroni stessi.
Dosi e ritmi.
Nella prevenzione della malattia,
nella tutela della fragilità,
nel supporto delle connessioni,
c’è un tempo per correre
e un tempo per riposarsi,
un tempo per lavorare
e un tempo per passeggiare
per tornare a stupirsi.
Autori articolo:
Maurizio Grandi (oncologo immunoematologo, direttore di La Torre
Arianna Ballati (psicologa e nutrizionista)
Gaia Lungavita (tirocinante in psicologia)
Bibliografia:
Montebelli, M. R. (2026, 21 aprile). L’iperattività “brucia” il cervello? Nuova pista
dietro il gene dell’Alzheimer. Il Sole 24 Ore. https://www.ilsole24ore.com/art/l-
iperattivita-brucia-cervello-nuova-pista-dietro-gene-dell-alzheimer-AITD69bC
Ballati, A. (2025). Effetto Warburg: tra oncologia e neuroscienze. Nuove frontiere alimentari e farmacologiche.