Recensione del libro di Maurizio Grandi, I farmaci e la meccanica quantistica della dottoressa Jelena, la Regina d’Italia. Approfondimento Neuroscienze e botanica di Arianna Ballati, Torino, La Torre.
Con il patrocinio del Centro Studi Piemontesi, pp. 188.
A cura di Gustavo Mola di Nomaglio.


La biografia della Regina Elena è stata oggetto di numerosi studi, generando una bibliografia vasta, di fronte alla quale si poteva essere tentati di pensare che su di lei, ormai, tutto fosse stato detto e scritto.
Oggi, col volume di Maurizio Grandi, clinico torinese di fama internazionale che da ultimo si è dedicato anche alla storia e alla storia della medicina, si apre invece una pagina nuova, prendendo le mosse da un’angolazione inedita e originale. Lanmarco Laquidara, docente di Storia della Sanità nell’Università di Siena, rileva nell’introduzione che da queste pagine emerge un profilo della sovrana capace di renderla figura rilevante e affascinante anche nel campo della storia della medicina. Il costante impegno di Elena nel campo dell’assistenza ai malati o ai feriti di guerra sono noti e riconosciuti. Come lo sono i ruoli da lei continuamente esercitati nella tutela e sostegno, per quanto nelle sue possibilità, dei poveri e dei deboli. Non di meno, sono ancora oggi ricordati e celebrati il suo intervento e attivismo, efficaci, provvidenziali, concretamente operanti nelle più grandi tragedie del proprio tempo, come nei terremoti di Calabria e di Messina. Non meno viva è la memoria della sua attività in seno alla Croce Rossa Italiana, nella quale non fu solo infermiera (operativa a 360 gradi, con o senza diploma ufficiale, con buona pace di qualche pedante storiografo) e sempre si ricordano gli ospedali a cui diede vita. Non altrettanto nota, però, è la laurea Honoris Causa in Medicina e Chirurgia e, soprattutto non ne sono messe a fuoco, in molti casi, le motivazioni, quasi fossero eminentemente onorifiche.
Il volume si apre con il resoconto della solenne adunanza plenaria del Consiglio della Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” tenutasi in Roma il 27 maggio 1940 e avente quale unico punto all’ordine del giorno il «Conferimento della Laurea in Medicina e Chirurgia Honoris Causa a Augusta persona». Presenti alcuni tra i più prestigiosi rappresentanti della Sanità italiana, quali Eugenio Morelli e Cesare Frugoni, il preside della Facoltà, Giovanni Perez, lesse la motivazione della proposta di conferire l’attestato a Jelena Petrovic, per l’attuazione in Italia di un metodo terapeutico che essa «con fine intuito concepì per le desolanti conseguenze di una fra le più grandi malattie, l’encefalite letargica o epidemica, la cura, cioè del Parkinsonismo post encefalico». L’ordine del giorno, narra Grandi, fu approvato per acclamazione e con un lungo applauso. Facendo un passo indietro, occorre soffermarsi sul secondo intervento introduttivo del volume (al quale segue quello, illuminante, della storica sociale Casimira Grandi), di Lorenzo Lorusso, Direttore del reparto di neurologia di Merate (A.S.S.T.-Lecco) il quale riferisce che la Regina apportò nuove idee in campo medico e in quello della fisica, menzionando i benefici determinati nei malati affetti da encefalite letargica. Questa malattia neurologica manifestatasi in forma epidemica a partire dal 1915, si diffuse prepotentemente durante l’epidemia di spagnola del 1918 e ancora negli anni successivi. Il primo a metterla a fuoco compiutamente fu il neuroscienziato Constantin von Economo e, poco dopo si ebbe notizia di un rimedio efficace, scaturito non dalla chimica farmaceutica e dalla medicina “ufficiale” ma dalla sapienza erboristica tradizionale: un decotto a base di atropa Belladonna, introdotto in Bulgaria e nel Montenegro e poi vastamente esteso.
Importanti ospedali in Italia, rileva Lorusso, realizzarono [grazie all’azione della Regina] al proprio interno reparti specifici, destinati ai pazienti colpiti dalla malattia che «simili ad automi perché immobili e insespressivi […] con la cura riprendevano vitalità».
Il viaggio di Maurizio Grandi lungo la biografia medica, morale e spirituale di Elena prende le mosse dalla sua infanzia, prima in Montenegro (paese del quale l’autore pone in luce, in pagine documentatissime e fascinose, le ricchezze botaniche e ambientali, congiuntamente ad aspetti geografici e geopolitici) poi in Russia, alla volta della quale partì nel 1882 per gli studi nel Collegio Smol’nyj di San Pietroburgo, insieme con le sue sorelle. Questa era, scrive Grandi, una scuola-caserma in stile palladiano, in cui Elena restò sino al 1890. Furono, annota, «otto anni di vitto scadente, gelide abluzioni, temperature rigide nello spazio nobiliare». Fu qui che Elena, anche in seguito alla morte di tifo della sorella Marija, iniziò a sviluppare «sensibilità ed empatia innate» che l’avrebbero condotta lungo la sua vita intera a «prendersi cura degli ultimi». La Regina divenne una convinta sostenitrice della cosiddetta “cura bulgara” dopo averla conosciuta nel 1927, attraverso Re Boris III, zar di Bulgaria, qualche anno prima delle nozze con Giovanna di Savoia. Questa cura, di cui fu apostolo e diffusore il “guaritore” e raccoglitore di erbe officinali bulgaro Ivan Raev, era fondata su principi tradizionali e scientifici, quasi si potrebbe dire su scienza e magia. Raev riuscì a produrre una miscela di numerose erbe capaci di controbilanciare nel loro insieme le conseguenze nocive che sarebbero derivate dall’uso della sola Belladonna. Grazie alla Regina, che per superare estese diffidenze e resistenze, si avvalse di insigni medici, quali il neuropatologo Giuseppe Panegrossi, la cura cominciò a essere somministrata ai malati italiani e, in breve, leggiamo, «i pazienti sottoposti alla sperimentazione clinica iniziarono a riversarsi da ogni parte del mondo sulla quinta divisione del Ministero della Real Casa, coinvolto da Jelena nell’impresa di curare i parkinsoniani postencefalitici. I malati e i loro accompagnatori correvano, premendo alle porte di Villa Savoia, del Quirinale e della clinica di Panegrossi […]». L’autore approfondisce, a fianco degli aspetti della meccanica quantistica e del suo impatto sul mondo dei farmaci, la storia generale e la storia della medicina in particolare, sempre in parallelo con la vita quotidiana, le vicissitudini e le opere della sovrana. E non tralascia di ricordare, a fianco dell’opera infermieristica, quella di levatrice (durante le villeggiature a Sant’Anna di Valdieri e a San Rossore assisté quale ostetrica ad almeno cinquantadue parti), sino all’ultima battaglia contro il cancro.


Gustavo Mola di Nomaglio

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