Dalle farmacie ottocentesche di Fiume alle bioraffinerie di alghe: tre secoli di medicine nate tra il mare e la terra dell’Alto Adriatico

Nell’Ottocento i naturalisti dell’Alto Adriatico disegnavano a china, sulle tavole scientifiche, le geometrie perfette delle diatomee: microalghe racchiuse in un guscio di silice, “gusci di vetro” invisibili a occhio nudo. Da quel mondo nascono oggi nuovi medicinali, farmaci dal mare.

Da questo salto, lungo due secoli, nasce Plancton e Radici. Medicine dall’Alto Adriatico, il nuovo volume di Maurizio Grandi, Cesare Grandi e Arianna Ballati, edito da Apeiron. Saggio di storia, trattato di botanica farmaceutica e le memorie di una famiglia, “intrecciati come i canali” del borgo teresiano di Trieste.

Il libro si muove lungo tre tempi: la Premessa, il presente del passato; la Presenza, il presente del presente; la Promessa, il presente del futuro. Scelta del metodo, di risalire alla fonte di un’intuizione prima di applicarla e renderla disponibile.

Premessa: un porto franco e una storia di famiglia

Tutto comincia a Fiume, porto franco dell’Impero dal 18 marzo 1719, crocevia di lingue, imperi e confini. In queste pagine Fiume non è solo geografia, ma una lente, attraverso cui passano le vicende della famiglia dell’autore, dai protomedici Grandi della Serenissima alla bisnonna Anna Bo, nata a Trieste nel 1846 in una famiglia di commercianti di seta. Accanto alla storia privata scorre quella “grande”: le Province Illiriche di Napoleone, la Primavera dei Popoli del 1848, la Belle Époque fiumana, il siluro, la ferrovia.

In scena i protagonisti della scienza. Il farmacista e botanico Bartolomeo Biasoletto, fondatore dell’Orto Botanico di Trieste e pioniere dello studio delle alghe. Muzio de’ Tommasini, giurista, podestà e esploratore di flore. Le stazioni di biologia marina di Trieste e di Rovigno, dove alla fine dell’Ottocento si calarono nel Quarnaro le prime reti a maglia finissima per catturare il plancton.

Il libro ricostruisce i rimedi di quell’epoca. Nelle farmacie storiche di Fiume le alghe brune raccolte ad Abbazia venivano essiccate, bruciate e ridotte in polvere ricca di iodio contro il gozzo, diffuso nell’entroterra montano. Un’alga rossa, il “muschio di Corsica”, era usata come vermifugo. La lattuga di mare diventava unguento per i reumatismi di marinai e portuali. È da quelle spezierie che, nel Novecento, si passa all’industria farmaceutica: alla Pliva di Zagabria, dove lavorò il futuro premio Nobel Vladimir Prelog e dove negli anni Ottanta fu scoperta l’azitromicina.

Presenza: la biotecnologia blu

Dalle intuizioni dei vecchi botanici alla ricerca odierna.

Attraverso i fotobioreattori, il fitoplancton viene coltivato al riparo dagli inquinanti, regolando luce, temperatura e anidride carbonica. Esempi di specie studiate: il Fucus virsoides, la “quercia marina”, un’alga bruna che esiste soltanto nell’Alto Adriatico, ricca di iodio, alginati e polifenoli; la Nannochloropsis, vere fabbriche di acidi grassi omega-3.

Promessa: tre sfide per la medicina

L’antibiotico-resistenza, considerata una minaccia globale dall’OMS. Da alcune alghe si studiano peptidi capaci di perforare la membrana dei batteri e composti che ne interrompono la “conversazione” chimica, impedendo loro di formare il biofilm che li protegge dagli antibiotici.

La ricerca oncologica. Dal mare sono già arrivati farmaci, come la trabectedina. I fucoidani e la fucoxantina delle alghe brune del Quarnaro, e i gusci delle diatomee oggi sono potenziali vettori di farmaci.

Il declino cognitivo. Gli omega-3 del fitoplancton e di due pigmenti, fucoxantina e astaxantina vengono analizzati nel libro per la loro azione antiossidante, antinfiammatoria, gli effetti osservati sulla beta-amiloide e sulla proteina Tau.

Un Nobel nato da un’alga

C’è una coincidenza che rende questo libro particolarmente attuale. Il 5 ottobre 2026 il Nobel per la Medicina è stato assegnato a Peter Hegemann, Georg Nagel e Karl Deisseroth “per le loro scoperte relative ai canali ionici attivati dalla luce e all’optogenetica”. Tutto è partito da una microalga verde, Chlamydomonas reinhardtii, e da una domanda semplice: come fa una cellula priva di occhi a orientarsi verso la luce? Il gruppo di Hegemann ne identificò le canalorodopsine, proteine che si aprono quando vengono colpite dalla luce. Nel 2003 Nagel e Hegemann descrissero la canalorodopsina-2; nel 2005 Deisseroth la inserì nei neuroni e riuscì ad “accenderli” con un lampo di luce blu. Nacque così l’optogenetica, oggi usata per mappare i circuiti del cervello e studiare malattie come il Parkinson e l’epilessia.

Maurizio Grandi aveva dedicato a questo campo un intero capitolo già più di dieci anni fa. Nel libro Le piante della luce, il capitolo “Optofarmacologia: molecole terapeutiche regolate dalla luce” raccontava le canalorodopsine scoperte nelle alghe, l’optogenetica e le prime start-up che pensavano di usarla contro il dolore cronico e le malattie della retina. Tra le fonti citate c’erano già i lavori di Nagel, Hegemann e Deisseroth oggi premiati.

Promessa: tre sfide per la medicina

Il racconto si sposta poi su “un altro delta”, quello del Po, terra d’origine della famiglia Grandi. È qui che E.VA – Etnopharma Le Valline, fa germogliare i propri progetti che rifiutano lo sfruttamento intensivo e uniscono le radici della terra alla ricchezza microscopica del plancton, tra nutraceutica e cosmeceutica.

L’ultima proposta è la più visionaria: far rinascere il Collegium Illyricum. Un luogo dove l’Adriatico smette di essere “mare di confine” e diventa “piazza comune” per i ricercatori delle due sponde.

Il passato non è archivio da consultare, ma il fiume che continua a scorrere sotto ogni progetto presente.
In Temporelle: fuori dal tempo lineare.


Gli autori

  • Maurizio Grandi, medico, oncologo clinico e immunoematologo, etnofarmacologo. Dirige il Centro di Ricerca e Formazione La Torre di Torino.
  • Cesare Grandi, tecnologo alimentare, chef e patron del ristorante La Limonaia – Food as Culture. È responsabile di E.VA (Etnopharma – Le Valline).
  • Arianna Ballati, psicologa clinica specializzata in neuroscienze e psicofisiologia, dottoressa in Scienze della Nutrizione Umana.

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