Angus DeatonLo scozzese Angus Deaton, docente di economia e affari internazionali presso l’Università di Princeton, è il vincitore del premio Nobel per l’Economia 2015 “per la sua analisi sui consumi, la povertà e il welfare”. Secondo il comitato che ha assegnato il premio, gli studi di Deaton hanno contribuito in maniera fondamentale a capire le dinamiche dei consumi individuali e come questi siano legati al benessere e alla povertà, aiutando a disegnare politiche economiche mirate al miglioramento del welfare.

Deaton ha analizzato tre aspetti dell’economia reale considerati rilevati dal comitato scientifico del Nobel:

  1. La “distribuzione della spesa”, cioè il modo in cui i consumatori distribuiscono i loro acquisti su prodotti diversi, parametro fondamentale per poter elaborare previsioni affidabili sugli andamenti dei consumi.
  2. L’analisi del Prof. Deaton si è inoltre concentrata nel capire i meccanismi alla base della spesa e della conservazione del reddito. Quanto di ciò che guadagniamo viene speso e quanto risparmiato? Avere un modello previsionale di queste dinamiche sistemiche è, secondo l’accademico, il modo migliore per spiegare come si formano i capitali e la grandezza dei cicli economici.
  3. Infine, negli ultimi anni, Deaton ha posto un focus particolare sulla struttura dei consumi dei singoli, dimostrando come da questi si possono trarre informazioni importanti per capire l’andamento dell’economia.

Tutti questi aspetti della ricerca dello scienziato e docente di Princeton (uno dei tempi accademici d’oltreoceano che sforna gran parte dell’establishment statunitense) hanno dato nuova linfa alla progettazione di politiche economiche e sociali per la riduzione della povertà e il miglioramento del welfare state.

Il riconoscimento assegnato oggi (quello all’economia), a differenza dei precedenti, non era previsto dal testamento di Alfred Nobel ma è stato istituito nel 1968 dalla Banca Centrale di Svezia e assegnato, a partire dall’anno successivo, grazie a un fondo speciale dedicato alla memoria del grande chimico svedese.

Interessanti sono gli spunti forniti da questo stralcio dell’intervista fatta al Prof. Deaton da QN l’estate scorsa.

Professor Deaton, si sente il Pangloss del XXI secolo ?

«Non penso di poter essere paragonato – risponde l’economista di Princeton – al personaggio del Candide di Voltaire. Io non credo che viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma solo in un mondo molto migliore rispetto a quello di 100, di 50, di 20 anni fa».

Ma lei giudica la disuguaglianza motore di progresso…

«È l’altra faccia della medaglia. Negli ultimi 30 anni, miliardi di persone, soprattutto in Asia, sono uscite da condizioni di povertà estrema. Ovunque l’economia segue le stesse dinamiche. E io racconto la danza eterna tra progresso e disuguaglianze, dei modi in cui la crescita crea differenze e come le disuguaglianze siano d’aiuto alla crescita. Sono partito dalla fuga di mio padre da un povero villaggio di minatori dello Yorkshire, Thurcroft, che ha concluso la sua vita in condizioni di relativa ricchezza».

Una storia personale paradigma di quella dell’umanità?

«Dalla Rivoluzione industriale a oggi il benessere di un Paese aumenta a spese di un altro. Cina, Taiwan, India e Corea sono cresciuti in maniera rapidissima, distaccandosi dai Paesi poveri, soprattutto africani, e allargando le disuguaglianze planetarie. La mortalità infantile, la speranza di vita,la qualità della vita, sono tutti indici che nel mondo hanno registrato miglioramenti epocali. Ma so benissimo che ci sono altre minacce che possono compromettere tutto, da una pandemia a un nuovo conflitto globale».

Non crede che la Grande fuga di oggi sia quella dalle guerre e dalla miseria dell’Africa?

«Si riferisce agli sbarchi di profughi in Italia e in Europa? È un periodo molto breve. Nel mio saggio ho esaminato fenomeni di più lungo periodo. Il meccanismo però è lo stesso. Ci sono ancora milioni di persone che nel mondo stanno scappando, adesso, da tanti Paesi».

Bill Gates ha definito il suo “un libro illuminante, con una pecca”. Per lei gli aiuti umanitari sono un danno ….

«Ho portato molte cifre a sostegno della mia tesi.Nel 2011 gl iOda (Official development assistance) sono saliti fino a 133,5 miliardi di dollari. Molti degli aiuti non hanno portato nessun beneficio, sono finiti nelle tasche di dittatori come in Togo e Zimbabwe, regimi che non hanno interesse a far crescere il benessere dei cittadini. In molti casi gli aiuti hanno avuto fini politici, come con Mobutu nello Zaire, piuttosto che umanitari. A mio avviso dobbiamo lasciare che i Paesi poveri se la cavino da soli; continuando ad erogare miliardi di aiuti freniamo la loro corsa alla crescita, rovinando anche leader politici promettenti, e aggiungiamo la beffa sostenendo che li stiamo aiutiando».

La sua ricetta è interrompere tutti gli aiuti?

«So benissimo che ci sono stati progetti, dalle campagne di vaccinazione alla lotta contro Ebola, che hanno portato benefici. Non dico che tutti gli aiuti internazionali siano sbagliati. Ma bisogna smettere di soffocare i talenti africani e di minare alla radice lo sviluppo di un Continente con grandi potenzialità, legandolo psicologicamente ai soldi dei Paesi ricchi».