Gli insediamenti lungo le vie dei pellegrini: modelli per una cultura della consapevolezza e un’economia della santità?

Giorni preziosi, questi in cui le vie dei pellegrini tornano a essere la memoria e il presente di cammini di Vita e speranza: se guardiamo al cuore…, si tratta delle stesse vie percorse con fede dai pellegrini di tanti secoli. Continuando nella conoscenza dei Milites Templi o Templari sarà dunque utile capire quanto la nostra ricerca avvicinata ai numerosi ambiti della vita civile e religiosa di quei lontani secoli (tra XII e XIII) sia fortemente attuale ed efficace: incominciamo quindi a narrare più in dettaglio quanto la loro testimonianza sia stata veicolo di quell’unica vita che sa custodire nell’intelligenza dell’amore il dono di quanto è creato.

 I Milites Christi ovvero i monaci-guerrieri nati per difendere il Santo Sepolcro e poi le vie dei pellegrinaggi, che attraverso l’intera Europa raccordavano il continente alla Terrasanta e, tra loro, i siti più antichi del Credo cristiano, nacquero da un gruppo di laici appartenenti all’aristocrazia militare, i quali, a mo’ di confraternita, si offrirono come oblati al servizio del Tempio: un certo Hugues de Payns o Hugo de Paganis[1] , con alcuni suoi compagni cavalieri, verosilmente tra il 1104-1105, si recò in Terrasanta al seguito del conte di Champagne (che compiva allora il suo primo pellegrinaggio): solo nel 1120, però (a seguito di terribili eccidi di pellegrini perpetrati tra il 1119 e quell’anno), in base a quanto attestato dalla Cronaca dell’arcivescovo di Tiro, Guglielmo, il gruppo di cavalieri emise i tre voti monastici di obbedienza, povertà e castità dinanzi al Patriarca, il quale affidò loro la missione di combattere per proteggere i pellegrini dai predoni islamici. Da qui ha inizio l’articolata vicenda delle origini di quello che sarebbe divenuto tra il 1127-1129 e il 1135-1139 l’Ordine gerosolimitano dei Templari: di queste torneremo a parlare più in dettaglio.

Oggi come premesso, daremo alcuni iniziali cenni su un particolare aspetto della loro storia, connesso agli insediamenti lungo le vie di pellegrinaggio (per fornire poi cenni anche su siti e percorsi di recente identificati tra Lazio e Abruzzo). L’antefatto. Le concessioni economiche di cui l’Ordine templare fu reso oggetto dall’inizio, nel tempo si incrementarono progressivamente fino a costituire un patrimonio ricchissimo, a tal punto che i cavalieri finirono per acquisire un ruolo cardine nel campo della finanza: ebbero in effetti la gestione di importanti realtà economiche. In Italia, i possedimenti e i siti templari dislocati lungo le principali via di pellegrinaggio, soprattutto in direzione di Roma (ad esempio, la via Francigena) nonché lungo le direttrici viarie della transumanza e dei commerci in direzione dei porti d’imbarco per la Terrasanta.

Le attività templari si estesero a largo raggio in Europa dalla produzione agraria (viticoltura in particolare) e alla pastorizia, a svariati tipi di produzione (dall’estrazione dei minerali all’edilizia, alla pratica dei commerci) – in cui essi eccelsero – allo scopo di reperire i mezzi finanziari utili al mantenimento delle diverse forze e dei siti di controllo e fortificazioni nei territori e in Terrasanta nonché delle flotte per il trasporto di vettovaglie e dei beni oggetto di fiorenti commerci tra il XII e il XIII secolo: questi furono il veicolo di autentici incontri e pacifici dialoghi tra culture diverse.

Tra le emergenze territoriali che i Templari (spesso alternati ad altri Gerosolimitani, soprattutto gli Ospedalieri) passarono a gestire, si annoverano gli antichi tracciati viari atti a congiungere gli originari luoghi dedicati all’Arcangelo Michele: si pensi all’allineamento noto e dimostrato tra Mont St. Michel in Normandia, la Sacra di S. Michele in Piemonte, S. Michele al Gargano. Recenti studi effettuati in diverse regioni italiane stanno ricostruendo situazioni anche più complesse riferite a reti viarie di raccordo, che, su tracciati paralleli,  includevano siti dedicati all’arcangelo, ad esempio, in grotte di fondovalle e in rupi d’altura. A tale riguardo, tra le esemplificazioni possibili, menziono una fitta rete di percorsi (afferiti anche alla viabilità principale delle antiche vie consolari verso l’interno, quali la Tiburtina-Valeria, la Sublacense, la Prenestina, ecc.) esistente tra Lazio e tra Sabina, Tiburtino, Prenestino-Frosinate, Sublacense-fascia dei Simbruini, Carseolano, Marsica, Majella: collegano Roma e le limitrofe aree laziali e sono raccordate in direzione della costa adriatica e del santuario rupestre di S. Michele al Gargano. In questo luogo, riconosciuto come il più antico e importante santuario dedicato all’Arcangelo, punto di arrivo della transumanza abruzzese-pugliese, è stata identificata, tra i numerosi antichi graffiti che segnano l’antro, per l’età altomedievale, la firma di un personaggio di origine franca, un  certo Arricus de Marsica a testimonianza della coabitazione delle diverse etnie in epoca longobarda-franca e a riprova del particolare legame e dei pellegrinaggi lungo i percorsi della transumanza, che i longobardi stabilirono con il santuario micaelico del Gargano dopo che questo fu annesso alla diocesi di Benevento. Al contempo recenti indagini, sviluppate dall’edizione di una cronaca seicentesca della storia dei più antichi monasteri benedettini al mondo (in Val d’Aniene)[2], hanno potuto descrivere più attentamente gli interventi cistercensi (i monaci alla cui Regola i Cavalieri erano stati sostanzialmente uniformati dallo stesso san Bernardo di Clairvaux) in numerosi insediamenti monastici e siti fortificati lungo i percorsi qui citati e insieme precisare e/o ipotizzare la presenza dei cavalieri Templari spesso in siti caratterizzati da una preesistente stratigrafia insediativa compresa tra le fasi protostorica, romana, longobarda, franca[3]. Altrettanto eloquenti rispetto all’identificazione di luoghi templari sono le zone costiere del Lazio tanto a nord (ad esempio il castello di S. Severa, Centumcellae) quanto a sud di Roma sino alla fascia costiera in Terra di Lavoro e in Campania ove sono ubicati centri particolarmente significativi per la storia e la cultura dei Milites Templi: Latina, i siti abbaziali di Valvisciolo e Fossanova; l’area di Ravello per ricordarne alcuni.  All’interno, lungo la fascia dei Simbruini, anche le fonti scritte attestano i centri di Trevi nel Lazio, Piglio; nel Prenestino, il castello di Paliano. Peculiari risultano alcuni siti – chiese  e hospitalia – connessi alla presenza di eremiti/taumaturghi ovvero cavalieri/eremiti o viceversa, che trasformati da una vita di santità, testimoniavano lungo tali cammini la concretezza dell’amore di Dio, che ha cura dei suoi figli (si pensi a figure come san Bevignate a Perugia, il beato Lorenzo Loricato nel Sublacense, sopra al Sacro Speco)[4]: nello sviluppo di un’economia – quella appunto derivante dalla sapienza – in armonia con il creato, nel rispetto della terra e dei suoi frutti, in luoghi sorti quasi come miracoli lungo cammini di bellezza, che ancora oggi ci fanno meravigliare.

[1] Il coevo arcivescovo Guglielmo di Tiro detto Guglielmo l’Inglese e già priore del S Sepolcro <Wilielmus Tyrenensis> lo designa come: Hugo de Paganis, identificato da certa storiografia come originario di Nocera e appartenente alla famiglia dei Pagano- Troisi>. Secondo il patriarca di Antiochia (1166-1199), Michele Siriano lo designa come: Hou(g) de Payn <Hugues de Payns> originario della Champagne. Il cronista inglese Walter Map (morto nel 1209) lo designa con il nome di  Hues de Paiens delez Troies (dalla città di Troyes). Il numero dei compagni è indicato  in via ipotetica in numero di 30 cavalieri: varie comunque restano le ipotesi sull’identità del fondatore e sul numero dei primi: nove (secondo il racconto della partecipazione dei milites Templi o trenta l’ipotesi che i primi cavalieri fossero in numero di nove, come lascerebbe intendere il racconto di Guglielmo di Tiro (Historia, XII, 7) e di Giacomo di Vitry (Historia Hyerosolimitana, pp. 18-19) <cfr. anche in: B. frale,  Andare per la Roma dei Templari, Bologna 2014, pp. 140-142>.

[2] È una cronaca redatta da un monaco, Cherubino Mirzio da Treviri, autore del Chronicon Sublacense (1628-30) – co-redatto da Pietro Clavarini da Roma, edita a Subiaco-S. Scolastica nel 2014, a cura della scrivente: cfr. anche ibidem i riferimenti bibliografici.

[3] Nel corso della media e tarda età del Bronzo, è attestata per l’Italia centro-meridionale una singolare cultura ampiamente nota come Civiltà appennica (2000-800 a. C.) e la cui economia di carattere pastorale con seminomadismo stagionale (documentata da vaste produzioni ceramiche), costituisce la fase originaria delle vie della transumanza verso il Tirreno e l’Adriatico. Per riferimenti al territorio durante il periodo longobardo, in particolare nell’area del Carseolano.  Di particolare interesse i siti rupestri dedicati all’Angelo ad esempio nei pressi del castrum  di Pereto (Pesantagna = Piede di Sant’Angelo) oltre al più famoso sito di Colli di Montebove, i cui affreschi sono stati assegnati al XIII secolo (2° metà). Il culto dell’Angelo, uno dei più diffusi (insieme al San Salvatore) del processo di cristianizzazione longobarda si attesta anche tra Sabina, Reatino, Abruzzo.

[4] Se ne tornerà a parlare.

Bibliografia

Cherubino Mirzio da Treviri, Chronicon sublacense (1628-1630), a cura di Luchina Branciani, I-II, Subiaco-S. Scolastica, 2014.

B. Frale,  Andare per la Roma dei Templari, Bologna 2014.

 

 

 

 

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