L’ape – bioindicatore per eccellenza – nella millenaria storia della terra ha un ruolo speciale…con l’impollinazione delle piante, la produzione di miele e di cera ha costituito dagli albori della vita uno scrigno eletto di virtù, un mistero amorevole, che trasforma nella perfezione della socialità, la luce in cibo e vita.

I suoi doni sono noti all’uomo a partire dalle più antiche civiltà – da Occidente a Oriente – e la piccola amica del colore del sole,  è da sempre considerata, sin dai più antichi miti, paradigna di realtà celesti manifestate tra gli uomini.

L’archeologia, nella prospettiva di un’estesa quantità di ricerche sul millenario rapporto tra l’uomo e le api, ha potuto appurarne la consistenza dal Neolitico – tra i 5000 e i 7000 anni a. C. – agli inizi dell’agricoltura.

È stato possibile risalire in via ipotetica, in alcuni siti, anche più indietro nel tempo sino al Paleolitico  (18.000-11.000 anni a. C. ): mi sto riferendo a pitture all’interno delle grotte di Altamira in Spagna, in cui sembra essere raffigurata la pratica dell’asportazione di favi e miele da parte dell’uomo, …non mi riferisco in questo caso all’allevamento delle api, pratica che cominciò a svilupparsi più tardi. Per quanto riguarda infatti le tecniche connesse all’apicoltura ovvero alle modalità di sfruttamento dei prodotti delle api da parte dell’uomo, bisogna fare una distinzione tra attività di tipo predatorio e produttivo. La raccolta di miele “selvatico”, ovvero la predazione degli alveari presenti in natura, pre­cedette ovviamente la pratica apicola. L’apicoltura stanziale potè iniziare a essere sviluppata in concomitanza con la pratica agricola mentre a un periodo successivo sembra invece essere riferita la cosiddetta apicoltura nomade, collegata all’alpeggio e alla transumanza[1].

Tra le testimonianze più antiche di cui disponiamo, la produttrice del “sacro nettare” appare raffigurata in un momento imprecisato del Neolitico, in una scena di raccolta del miele da parte dell’uomo, nelle pitture rupestri della Cueva de la Araña nella provincia di Valencia in Spagna (fig. 1).

Fig. 1 – Scena di raccolta del miele nelle pitture rupestri della Cueva de la Araña.  (http://www.abejas.org/noticias/2011/histor1.jpg)

L’ape, in vista della sua misteriosa capacità organizzativa e dei suoi doni, è del resto da sempre un simbolo della vita… a fronte di un certo numero di studi sulla valenza “simbolica” dell’ape, non sono ancora molte le ricerche tese a rintracciare le evidenze materiali – provenienti dal bacino del Mediterraneo – e concernenti gli strumenti e le strutture relative all’apicoltura: dalle arnie agli apiari, per l’ampio arco cronologico che si estende dall’età del bronzo alla tarda antichità (fig. 2).

Fig. 2 – Arnie orizzontali in terracotta: un esemplare tardo romano (1) da Isthmia ed esemplari ellenistici da Trachones, Attica, con e senza anello estensore. Da Anderson Stojanovic, Jones 2002, p. 347.

La tematica apicola, strettamente legata ai severi dettami della natura[2], ha del resto conservato sostanzialmente invariate le tecniche dell’allevamento fino alla rivoluzione ottocentesca delle arnie razionali a te­lai mobili del reverendo Langstroth[3].

Nell’ancestrale realtà dei segni, l’ape è collegata direttamente al simbolismo della morte, del genere e della regalità.

In vista della trasformazione del nettare dei fiori in miele è accomunata alla nascita stessa dell’agricoltura…

 

 

 

 

 

 

E così è entrata nei miti delle civiltà…: antiche dee mediterranee delle api in Egitto, in Mesopotamia, in Grecia e a Roma sono connesse con la dea indiana Hindu: Brahmari Devi, la dea delle api, anche nelle sue interrelazioni con gli insegnamenti inerenti i chakra. Questi sette reami della coscienza emanano dal primo suono (il pulsare del tamburo cosmico) il battito del cuore della Dea e la Maha Devi (o Grande madre), la Kundalini, si manifesta in forma di suono come un’ape regina (Brahmari Devi) circondata da nuvole di api ronzanti (fig. 3).

Fig. 3 – Raffigurazione della dea Brahmara Devi tra le api

In un’immagine poetica, Kama, il dio hindu dell’amore, appare con una corda d’arco fatta di api (fig. 4) mentre nell’arte indu, Vishnu viene anche ritratto come un’ape posata su un loto e Shiva come un’ape sopra un triangolo[4].

Fig. 4 –  Kamadeva con il suo arco di api (stampa XVIII secolo)

Nelle antiche testimonianze scritte dei poemi omerici[5], che contengono ampie tracce di miti e tradizioni arcaiche antecedenti all’elaborazione dell’Iliade e dell’Odissea, l’ape è assunta in prevalenza come simbolico di significati appartenenti alla sfera cosmica e religiosa: nascita, morte, rigenerazione, terra; è signora del tempo e delle metamorfosi. Al contempo (anche in Omero) si attestano, legati all’ape, significati di virtù, di attitudini che ne riconducono l’immagine da una sfera cosmica ad una umana prossima all’ambito femminile e famigliare in vista della sua socialità per cui tutte le scelte dell’ape sono sempre dettate dal saggio riconoscimento del bene comune.

Nell’alveare i compiti svolti da ciascuna delle api, dall’ape regina alle operaie,  sono in vista di un’armonia perfetta, in grado di tutelare la vita dell’arnia e dei suoi abitanti.

 

 

Gli Egizi apprezzavano il miele che accompagnava i Faraoni anche nell’aldilà dato che esso veniva depositato nelle loro tombe. Dopo 4000 anni, quando i vasi di miele ermeticamente chiusi vennero aperti, si scoprì che il loro contenuto era ancora perfetto e che il miele aveva conservato immutate nei millenni le sue caratteristiche organolettiche e le sue virtù. Del resto gli Egizi facevano abbondante uso di miele nella loro ars medica[6] (figg. 5-6).

Fig. 5 Dalla TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif – Apicoltore versa il miele raccolto in un otre (foto: Tiziana Giuliani)

Un’antichissima leggenda scritta su un papiro egizio conservato al British Museum di Londra racconta che quando il dio Sole Ra piangeva d’amore, le sue lacrime cadendo a terra si trasformarono in miele: «E le api costruirono la loro dimora riempendola di fiori di ogni genere di pianta; nacque così la cera ed anche il miele, tutto originato dalle lacrime di Ra[7]» (Fig. 7).

Fig. 6 – Dalla TT279, tomba di Pabasa, El-Assasif (ph. Tiziana Giuliani)

Fig. 7 – Il dio Ra – raffigurazione

 

Il mito greco racconta che Demetra, la Terra Madre, venne accolta ad Eleusi da Celeo, e donò al figlio di costui, Trittolemo, una spiga di grano, istituendo così l’agricoltura e i misteri eleusini; il dono di Demetra[8] – la dea cui è legato il ciclo vitale di morte-rinascita – ribadisce la necessità della morte sia nell’agricoltura, sia su un piano simbolico, affinché vi sia una rinascita culturale, intesa nel senso più ampio, ricca e intensa: le stesse sacerdotesse di Eleusi sono del resto note con il nome di “api”, mentre l’ape, per il fatto che scompare durante i tre mesi invernali e riappare in primavera, è simbolo di rinascita.

 

 

 

 

Tra i cristiani, l’ape diviene il simbolo stesso di Cristo, che ha sconfitto la morte e dopo tre giorni è risuscitato.

I prodotti delle api,… tra cui il miele la cera sono egualmente connessi ad aspetti fondamentali e profondi della vita: una bevanda a base di miele e prodotti terapeutici e cosmetici a base di miele appartengono a tutte le civiltà a partire dalle più remote.

Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,

c’è miele e latte sotto la tua lingua

e il profumo delle tue vesti e come profumo del Libano.

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa,

giardino chiuso, fontana sigillata

(Salomone –  Cantico dei Cantici)

Nella mitologia dell’Europa Settentrionale si trova spesso citata anche una bevanda chiamata melikraton ottenuta un miscuglio di miele e sangue. In ambito rituale celtico e in Mali, da miele fermentato e acqua consumata, si ricavava una bevanda chiamata “il vino degli dei” conosciuta con il nome di idromele. Nella mitologia indo-europea, l’idromele fu considerata la bevanda dell’aldilà: nel mondo celtico come in quello germanico, divenne simbolo di immortalità. Questa bevanda unisce la sacralità dell’ape, quale animale messaggero celeste che trasforma il sole in miele, e la sacralità dell’acqua vista come la linfa vitale, che scorre nelle vene della madre terra, rendendo l’idromele stesso sacro presso i Celti, come essenza del divino nell’unione fra cielo e terra. Esso è probabilmente il fermentato più antico del mondo e conosce innumerevoli varianti e nomi ognuno caratteristico dell’area geografica di appartenenza: Mead in inglese, Braggot, Melomel, Metheglin[9].

Il medico greco Ippocrate usava il miele con acqua e aceto per bevande depurative, gli Etruschi narrano addirittura che fu il principale nutrimento del neonato Tin (Giove): fu per celare i vagiti di Tin da Saturno, che i sacerdoti della madre la dea Cibele, imitarono il ronzio delle api percuotendo cembali di rame. Talmente importante fu il ruolo di questo prodotto naturale, che le sue produttrici furono raffigurate su alcune monete da tempo antico: nel mondo ellenico ove l’ape era molto apprezzata, nella città di Efeso (Asia Minore), sono documentati esempi di monete che per ben cinque secoli vennero coniate con tale effige (fig. 8). Del resto la città era famosa per il culto di Artemide, e nel tempio a lei dedicatole le ancelle erano dette chiamate “melisse”, ossia api.

Efeso: moneta argentea con ape (V sec. a. C.)

 

Nell’isola di Creta diverse città, tra cui Elyros, si coniarono dracme e tetradracme in argento che raffiguravano sulle due facce la capra Althea e un’ape per accreditare la leggenda di Zeus allevato da bambino con latte di capra e miele (Zeus stesso venne designato come Melissaion).

 

 

 

 

Altrettanto importante la cera – la cera che brucia e non fuma, ma… profuma… –  sia per i noti e vari usi pratici… sia per l’alto valore simbolico attribuitole nel mondo cristiano: il Cero pasquale simbolo di Cristo e della sua Resurrezione: acceso durante la Santa Notte del sabato santo ci introduce nel mistero della Resurrezione cristica (fig. 9).

Cero pasquale

 

Nel mondo medievale l’ape continuò evidentemente ad avere un ruolo centrale nella “custodia della vita”. È emblematico[10] che  api d’oro siano considerate come il più antico emblema dei sovrani di Francia: api d’oro  (simili a cicale) furono scoperte nel 1653 a Tournai nella tomba di Childerico I, il fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Le stesse api (d’oro) vennero “resuscitate” nell’araldica napoleonica ove sono attestate in campo d’azzurro, sul mantello imperiale napoleonico e in campo rosso, caricato di tre api d’oro poste in fascia, negli stemmi delle bonnes villes dell’impero[11].

Api d’oro divennero emblematicamente il simbolo di uno dei papi romani più sensibili alla cultura classica: mi riferisco a  Maffeo Vincenzo Barberini divenuto papa con il nome di Urbano VIII (1623-1644). Egli fu soprannominato l’“Ape Attica” per la predilezione per la cultura greca: il suo stemma inserì tre api in campo azzurro. Proprio queste si trovano raffigurate a Roma in vari siti ove egli volle estendere i suoi interventi artistico-architettonici, tra cui la Cappella Sistina e la Fontana delle Api a Palazzo Barberini. Particolare a tale riguardo è lo stemma Barberini, che sostituì il precedente rosone centrale sulla facciata dell’Ara Coeli sul colle capitolino: si tratta di una finestra realizzata con una luminosa vetrata a colori, decorata dalle api d’oro del Barberini (fig. 10). Data l’importanza politico-culturale del colle nelle secolari vicende di Roma, evidentemente il variopinto, risplendente stemma  si presenta come il “manifesto” di una profonda volontà di rinascita da cercare tra le più antiche, genuine fonti della storia dell’umanità.

Ara Coeli (Roma), lo stemma di papa Urbano VIII (1623-1644, al secolo Maffeo Vincenzo Barberini).

 

NOTE

[1] Cfr. M. Bormetti, Api e miele nel Mediterrano antico: riviste.unimi.it/index.php/ACME/article/download/

4279/4389.

[2] Basti pensare alla cura delle arnie presso gli antichi: a quanto ad esempio attestano, nel mondo romano, Virgilio e Plinio il Vecchio i quali insistevano soprattutto sul fatto che le arnie delle api avrebbero potuto continuare ad esistere solo in un habitat incontaminato (ad esempio lontano da acque putride.. ; si consigliava inoltre all’apicoltore di non avvicinarsi alle api se non in condizioni di estremo igiene personale e in assenza di odori sgradevoli al fine di non rovinare il loro prodotto).

[3] Cfr. la nota 1.

[4] K. Brentani, Dolcemente. L’inconfondibile naturalezza del miele, Modena 2014.

[5] M. G. Vicoli, Le api scrigno di virtù. Percorsi nella letteratura greca, Atti del convegno: Le api: Vizi e Virtù, Calice al Cornoviglio (SP) – Castello Doria Malaspina, 30 settembre 2001 -www.academia.edu/18388271/Api_e_Miele_nella_Letteratura_Classica.

[6] Alcuni papiri egizi del 3500 a. C. descrivono l’abbondante uso per la cura delle ferite e di diverse malattie.

[7] Salt 825: iscrizione proveniente da un antico papiro egizio.

[8] Riconoscimento dell’ospitalità di Celeo e segno dell’equilibrio familiare…

[9] A. Biancalana, Il miele nella Storia, in DiWineTaste “Cultura e informazione Enologica”, Nr. 22, Settembre 2004.

[10] Mi permetto di ricordare per inciso anche quanto esposto in queste pagine in precedenti interventi sui Templari e mistero di santa Maria Maddalena.

[11] R. Barbattini-M. Ghirardi-G. Giovinazzo, Le api delle città. La figura dell’ape nell’araldica civica italiana, (illustrazioni di M. Ghirardi), San Godenzo 2016.