“Il superiore interesse del minore: non discriminare la diversità non deve portare a scardinare le fondamenta strutturali della società”

La questione non è quella di sapersi interrogare sulla propria capacità di tollerare ciò che è diverso.

La questione posta dal ddl Cirinnà tocca in profondità la radice etica, morale della nostra cultura e della nostra società: si tratta molto di più di un controverso tema politico.

In linea generale, il principio di uguaglianza costituisce il presupposto logico su cui si fonda ciascun ordinamento democratico. L’art. 3 Cost. stabilisce che siamo tutti uguali di fronte alla legge e viene comunemente interpretato nel senso che bisogna trattare in modo eguale situazioni giuridiche uguali ed in modo diverso situazioni giuridiche diverse.

Esiste, però, una voragine tra l’opportunità – legata ad esigenze che emergono dal tessuto sociale – di disciplinare al livello normativo la condizione della coppia omosessuale e l’estremo – oggetto dell’odierno dibattito politico, mediatico e sociale – di garantire ad ogni costo un trattamento normativo assolutamente omogeneo con la condizione della coppia coniugata.

Nel bilanciamento degli interessi protetti il criterio da adottare dovrebbe essere il criterio della ragionevolezza utilizzato costantemente come complemento di qualunque altro principio costituzionale.

Esiste certamente una ragionevole via intermedia tra la presa d’atto di un fenomeno sociale – che chiede insistentemente di essere riconosciuto e regolamentato – e lo stravolgimento radicale delle fondamenta strutturali della nostra società, scardinando la nozione di “famiglia” e di “genitorialità “.

Va attentamente considerata la differenza esistente tra il concetto di uguaglianza ed il concetto di discriminazione, che pare essere ormai perduta, poiché si assiste, sui giornali, nelle piazze e nell’immaginario collettivo ad un’assimilazione che crea una pericolosa confusione.

Vero è che l’uguaglianza può essere intesa come assenza di discriminazione e che la discriminazione costituisce una violazione dell’uguaglianza, ma altrettanto innegabile è che è discriminatorio non solo trattare in modo diverso situazioni giuridiche eguali, ma anche trattare in modo uguale, situazioni giuridiche diverse.

Ebbene, due fattispecie strutturalmente differenti come unioni civili e matrimonio non possono essere disciplinate in modo uguale, poiché sono ontologicamente diverse.

Costituisce una aberrazione giuridica – prima ancora che mentale – quella di qualificare in termini di discriminazione l’esistenza di una tutela giuridica riconosciuta alle coppie coniugate, diversa da quella attribuibile alle unioni omosessuali.

Nessun dubbio vi è che le due fattispecie rispondono a due situazioni differenti, che non possono essere trattate in egual modo.

Eppure il ddl Cirinnà stabilisce che i due coniugi omossessuali all’atto della loro rituale unione civile:
– dovranno indicare il regime patrimoniale;
– potranno stabilire se assumere un cognome comune;
– acquisteranno gli stessi diritti ed assumeranno i medesimi doveri;
– concorderanno l’indirizzo della vita familiare e fisseranno la residenza comune;
– avranno l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione;
– a loro si estenderanno gli ordinari diritti di successione,

Questa nuova “formazione sociale” delineata nel d.d.l. Cirinnà è destinata – poi – ad accogliere figli ma è, per definizione, incapace di generarli.

Si impone, a questo punto, una breve riflessione: alla base dell’istituto dell’adozione, vi è il criterio ermeneutico del “superiore interesse del minore”.

Ma una domanda sorge urgente e spontanea: può davvero ritenersi soddisfatto il superiore interesse di un minore destinato a crescere con due genitori dello stesso sesso?

Non serve una laurea in psichiatria infantile, ne’ una tesi in psico-pedagogia per comprendere quale sia la risposta.

No: non può essere questo il superiore interesse di alcun minore.

In questo modo il “diritto al figlio” dell’aspirante genitore sostituisce il “superiore interesse del minore”, con un palese stravolgimento delle fondamenta del diritto minorile. Ma vi è di più.

Benché oggi ancora non espressamente previsto, tutti sanno che la “stepchild adoption” puo’ rischiare concretamente una veloce apertura alla “pratica” dell’utero in affitto.

Non possiamo abituarci, ne’ dobbiamo essere costretti a rassegnarci ad abdicare alla normalità per accogliere – al suo posto – una indiscriminata legittimazione della “devianza” .

Sarebbe sufficiente riconoscere le unioni civili attraverso l’attribuzione ai conviventi omosessuali dei diritti individuali.

Quello che il ddl Cirinnà sta per fare invece – pur con gli emendamenti ad oggi in discussione – è, invece, molto di più in quanto pone una piena parificazione con il matrimonio.

E va notato che – contrariamente a quanto da molti erroneamente ritenuto – l’Europa non impone assolutamente all’Italia le unioni omosessuali: proprio la Corte Europea afferma che gli Stati europei sono tenuti a riconoscere i “diritti fondamentali” dei conviventi omosessuali, ma sulle forme di questo riconoscimento lascia piena libertà a ciascuno Stato.

Alcuni sostenitori della “giustizia” di quanto previsto nel ddl Cirinnà, per rafforzare la necessità di tale provvedimento, scrivono che chi è contro sarebbe “ostile alla felicità altrui”. Ma il fatto è che il diritto di uno stato civile non può perseguire la felicità dei suoi consociati come valore supremo e fondante.

Il rischio è quello, infatti, di trasformare i desideri egoistici di individui adulti in situazioni soggettive che portano uno stravolgimento delle fondamenta di istituti quali la famiglia fondata sul matrimonio, che sono alla base del nostro ordinamento.

Non sono indispensabili e non sono sufficienti due genitori di sesso diverso per crescere sani. È vero. Ma non è accettabile portare “a supporto” della pretesa fungibilità della coppia genitoriale fatta da una mamma femmina e da un papà maschio il fatto che spesso i figli di fatto si possano trovare a crescere con genitori separati o vedovi.

Un figlio che cresce con un adulto soltanto, perché l’altro componente della coppia genitoriale è andato via di casa – per separazione o per morte prematuramente sopravvenuta – ha, comunque un modello di riferimento per la strutturazione della sua personalità, fondato sulla coppia genitoriale fatta da un maschio e da una femmina, anche se nei fatti, poi, ne vede stabilmente uno soltanto.

È vero che anche crescendo in una famiglia “normale”, con un papà e una mamma il bambino può sviluppare tanti problemi, nella vita, per non essere accettato e riconosciuto per quello che e’.

Ogni bimbo, in quanto unico, ha bisogno di essere accettato nella propria alterità e, quindi, di essere riconosciuto come “altro” rispetto ai propri genitori.

Sofisticate spiegazioni che vogliono mettere in ridicolo come “retrogradi” tutti quelli che si oppongono alla ipotesi di legittimare la adozione delle coppie omosessuali si fondano sull’assunto che le scelte sessuali di una persona implicherebbero la negazione della differenza dei sessi.

Ebbene, chi utilizzi il senso logico – senza dunque neanche entrare sul piano delle valutazioni etiche – non può non vedere che è davvero troppo pensare non sarà portato a fare confusione un bambino che cresca con due uomini ovvero con due donne, che gli facciano da mamma e papà. Sembra banale e semplicistico, ma è cosi’.

Le coppie omosessuali insistano pure sulla sofisticata e – asseritamente – ovvia distinzione tra il concetto di “identità sessuale” e quello di “orientamento sessuale”, distinzione che varrebbe a tutelare il minore che sarà adottato. Ma chiunque abbia avuto a che fare con minori in crescita sa bene che i bambini, più che ascoltare le parole dei genitori, si identificano in essi e sono portati ad imitarli. È così da sempre.

Le coppie omosessuali non vedono alcun male in questo . Ma il male è che i figli delle coppie omosessuali saranno privati della possibilità di vedere “in atto”- nella pratica vita quotidiana – cosa significhi essere un uomo ed una donna che amano. Perché vivranno insieme e saranno educati da due donne che si amano e dicono di amarlo o da due uomini che si amano e dicono di amarlo.

Ecco il punto. L’amore impone la capacità di rinunciare.

“Capace” deriva dal latino “capĕre”, che significa ‘comprendere, contenere’: chi non è disposto a rinunciare ad un figlio e lo vuole ad ogni costo, non è capace di comprendere il senso dell’essere genitore.

Chi pretende un figlio a tutti i costi non è capace di rinunciare.

Chi non è capace di rinunciare non è capace di amare.

Chi non è capace di amare non sarà capace di fare il genitore.

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