Si parla di 11 milioni di veicoli truccati: lo chiamano il “Dieselgate”. Il governatore della Bundesbank lo stigmatizza come lo “scandalo che ha compromesso il Made in Germany” e il problema potrebbe coinvolgere – ipotesi da verificare – anche altre case automobilistiche Audi, Seat e Skoda. O forse tutte?

La procura di Torino ha aperto l’indagine per disastro ambientale.

Questa vicenda non pone tanto una questione di “regole del capitalismo“, quanto piuttosto di Regole e di ETICA delle PERSONE che nelle organizzazioni del capitalismo operano e lavorano.

Questa è una grande occasione per l’umanità.

Il punto della questione non è soltanto quanto la Volkswagen abbia guadagnato per ogni autovettura “truccata” (pare solo 100 euro in più), per domandarsi se davvero ne sia valsa la pena.

Il punto non è neppure quanto sconsideratamente criminale sia stato danneggiare il futuro del nostro Pianeta, immettendo – per molti anni- nell’atmosfera una quantità di sostanze inquinanti superiore di oltre il 40% rispetto a quella normativamente individuata come soglia massima: moltiplicato per il coefficiente 11.000.000.

Il danno non può essere risolto con il “ripristino” che ora verrà fatto, richiamando le automobili per metterle finalmente in regola.

L’Economist[1] scriveva lo scorso anno – con assoluta chiarezza e senza censure – che gli ossidi di azoto e altre schifezze emesse dagli scarichi di auto e camion causano ogni anno molte morti premature, per cui solo in America si stima siano 58mila ogni anno.

La lotta ai cambiamenti climatici e le scelta delle energie rinnovabili sono i temi del Global Compact dell’ONU a NY. Il problema dell’inquinamento atmosferico è un tunnel senza uscita: inquinare l’aria significa introdurre in atmosfera ­­- modificandone i parametri fisici e/o chimici – composti estranei deleteri per la vita

Chi pagherà il danno più grosso?

Il danno è letteralmente “sconfinato”, cioè, così grande da apparire senza confini, difficile da misurare.

Perché un danno di queste dimensioni non si azzera con il risarcimento di un danno di natura patrimoniale – per il quale certamente innumerevoli associazioni attiveranno delle class action – ne’ sostituendo l’amministratore delegato, che magari- davvero- non è a conoscenza di tutta questa operazione.

Il “danno senza confine” intacca tutto il Pianeta, perché quando si parla di atmosfera non si può ragionare a compartimenti stagno: è questo che più deve destare allarme e sconcerto, l’irreversibile deterioramento dell’aria che respiriamo.

Il danno lo pagheranno i polmoni, le vie respiratorie e tutte le altre parti del nostro corpo che gli idrocarburi danneggiano.

E purtroppo non solo i nostri ma anche quelle dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.

Ottimisticamente penso alla canzone “Salirò” di Daniele Silvestri che scrive “più giù di così non si poteva andare, più in basso di così c’è solo da scavare” e con queste note – che mi fanno sorridere – guardo al Cielo sopra di me con fiducia, coltivando la Speranza che mai più una cosa del genere possa verificarsi in futuro.

Potrebbe forse essere troppo tardi per salvare la nostra atmosfera, ma non sarà mai troppo tardi per salvare la coscienza collettiva dalla trappola di ritenere inevitabili gli errori – spesso molto più dolosi che colposi, ahimè – di chi prende le decisioni dalle variegate “stanze dei bottoni”.

Non è inevitabile scegliere il male degli altri o fare valutazioni del rapporto costi-benefici, in cui la penalità sia sempre necessariamente posta a carico degli altri, dei consumatori, della collettività.

Un crimine contro la natura è un “crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio” scrive Papa Francesco nella enciclica “Laudato si’, in cui facendo Sue le parole del Patriarca Bartolomeo “richiama l’attenzione sulle radici etiche e spirituali dei problemi ambientali, che ci invitano a cercare soluzioni non solo nella tecnica, ma anche in un cambiamento dell’essere umano, perché altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi.”

Il tema, insomma, è quello più cruciale.

Si tratta di fare un salto di qualità profondo che consenta al Genere Umano di trovare il coraggio di sacrificare la logica del consumo che porta all’avidità ed allo spreco per abbracciare un approccio nuovo concentrato non sull’egoismo individuale, che porti alla “liberazione dalla paura, dall’avidità e dalla dipendenza“, sempre parlando con le parole del Papa.

Nessuno può sentirsi senza colpa perché ognuno di noi – pro quota e in modi variegati – contribuisce ogni giorno a maltrattare il Pianeta.

Ma possiamo cercare di smettere, ognuno per quello che può.

Smettere di distruggere e collaborare ad una ri-creazione, che valorizzi le possibili alternative energetiche.

Così, ottimisticamente, spero che le menti che hanno partorito questa ingegnosa operazione di “truffa interplanetaria” possano risvegliarsi dal torpore in cui si è addormentato il loro senso del Bene e del male.

L’avvocato Alfonso de’ Liguori – poi divenuto Santo – diceva che “i requisiti di un Avvocato sono la Scienza, la Diligenza, la Verità, la Fedeltà, e la Giustizia”.

Questo “manifesto” potrebbe essere adatto e dovrebbe essere richiesto ad ogni Essere Umano, specialmente a quelli investiti dell’onere di compiere scelte che possono coinvolgere 11 milioni di autoveicoli e, quindi, l’intero Pianeta.

[1] Una riflessione, sul punto, si impone a proposito di una recente notizia del mese di agosto u.s. sull’assetto proprietario della nota rivista settimanale londinese: la famiglia Agnelli è diventata il primo azionista dell’Economist.