La storia e l’impianto politico-sociale della Costituzione Italiana, i principi e i valori fondanti che mossero i nostri padri costituenti (e in verità anche i padri del progetto europeo) si rifà ad una grande tradizione culturale che è quella della Dottrina (termine ormai desueto concordo) Sociale della Chiesa. Comunemente citata e riportata con il suo acronimo più diffuso, ovvero DSC, essa raccoglie in sé la visione dell’uomo e del mondo che appartiene in realtà, a tutte le grandi tradizioni cristiane europee e mondiali: quella Cattolica, quella Ortodossa, come anche tutte o quasi le varianti della cultura cristiana Riformata. Parliamo orientativamente di oltre 2 miliardi di persone nel mondo.

Sarebbe, infatti, assolutamente, improprio, per un pensiero che sia realmente laico, rifiutare le radici storiche della civiltà occidentale: che come abbiamo già evidenziato in precedenti articoli, si fonda sul grandioso incontro tra l’umano pensiero che si è sviluppato lungo l’asse storico-geografico e culturale che unisce Gerusalemme con Atene e poi Roma.

Ad ogni modo, se volessimo rappresentare la DSC, con i quattro fondamentali punti cardinali, tipici di una bussola, e che sono stati appunto lo strumento per orientare un’alta visione della politica per secoli, troveremmo:

  1. Al nord il Principio Persona (il punto di riferimento fisso nella visione di uno sviluppo integrale della persona nella sua dimensione individuale e sociale).
  2. a Est c’è la Solidarietà
  3. a Ovest la Sussidiarietà
  4. a Sud il Bene Comune,

Questo quarto grande principio, su cui vogliamo fissare lo sguardo in queste righe, in un certo senso è la risultante, dell’attuazione del rispetto degli altri tre, li coordina e appunto li realizza tutti insieme.

Collocando in quadro storico-culturale il Bene Comune ne deriviamo due grandi direttrici di pensiero:

Una visione che potremmo definire liberale-classica:

Ogni individuo deve pensare a se stesso, realizzarsi come meglio può, cercare di raggiungere i fini che liberamente si propone. Nessuno glielo può impedire. In sostanza la “Ricerca della Felicità” (per esempio citata nella Dichiarazione di Indipendenza USA – Filadelfia 04 luglio 1776) sarebbe essenzialmente personale e non avrebbe nulla a che vedere con la categoria della Solidarietà, per cui attenzione a fare l’apologia dei fondamenti democratici della nazione americana che certamente non sono gerarchicamente strutturati come quelli che stanno alla base della nostra costituzione. Ma la Solidarietà viene persino superata, nella prospettiva di un popolo che sia comunità e collettività dal concetto di Fraternità … ma non è questa la sede per sviscerare le differenze tra le due cose, anche se in questo senso è interessante l’evidenziazione di Papa Francesco che nel suo libro “Noi come Cittadini noi come popolo” sovrappone la crisi strutturale e ontologica della Fraternità nella società occidentale e nelle cosiddette democrazie avanzate – valore fondante anche della Rivoluzione Francese – con la distruzione della Paternità. Infatti cosa ci renderebbe tutti fratelli? Un’idea? Un oggetto giuridico? Ammesso che oggi sia ancora attuale, nella costruzione dell’ordinamento e dello stato di diritto, basterebbero ad attuare la Fraternità in una società moderna? Forse il fallimento storico della Rivoluzione Francese in questo senso ci aiuta a riflettere.

Ad ogni modo tornando alla visione liberale del Bene Comune, quest’ultimo in sostanza, non sarebbe altro che la somma dei beni individuali. Riporto una metafora che è evidentemente esemplificativa di questa prospettiva:

“Un gregge al pascolo raggiungerà il suo bene quando ogni pecora avrà brucato liberamente, ciascuna per proprio conto, la quantità e la qualità di erba che vuole.” Il pastore (ovvero lo Stato i poteri pubblicamente costituiti) dovrà solo vigilare che nessuno glielo impedisca. In una simile concezione manca evidentemente, il riferimento alla dimensione etica del Bene Comune (o dimensione orizzontale).

Esiste pure un bene che è nello stesso tempo – di ciascuno e di tutti; un bene la cui proprietà oggettiva è in qualche modo invisibile, ma che è il risultato proprio dell’impegno e del lavoro di tutti, che nello stesso tempo supera e realizza il bene personale di ciascuno.

San Giovanni XXIII Papa, nella LE del 1961 “Mater et Magistra”, dirà, che questo bene comune “si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli essere umani lo sviluppo integrale della loro persona”. 

La società umana, dunque, non è paragonabile a un gregge di animali giustapposti gli uni agli altri! È una comunità. Esiste quindi una stretta connessione tra il bene della persona e il bene degli altri.

Un’altra concezione riduttiva – opposta a quella liberale classica – è la visione collettivistica, secondo la quale il bene comune invece riassorbe in sé ogni finalità sociale, a tal punto da ignorare il carattere personale del bene stesso. Il collettivismo, che in un modo del tutto particolare ancorché globalmente diffuso e culturalmente più conosciuto, si è realizzato nel Marxismo, pone la classe, il partito, lo Stato, in luogo dell’individuo. Quindi il bene comune starebbe essenzialmente nella maggiore produzione di beni, nel benessere, nel benessere economico, nei servizi forniti dallo Stato, senza preoccuparsi della conseguente spersonalizzazione dei cittadini, ridotti a numero, livellati attraverso una uguaglianza forzata e fittizia, che non tiene conto dei talenti, delle esigenze, della creatività, dell’afflato alla piena realizzazione di sé stessi, costitutivi di ogni essere umano.

Dunque declinando il Bene Comune, nella prospettiva che ci è propria, in ordine alla Sanità alla cura degli ultimi in particolare, arriviamo all’ineludibile esigenza di rendere universalmente accessibili tutte quelle cose che sono necessarie a condurre una vita veramente umana (nella visione della sua ontologica dignità). In questa prospettiva il Bene Comune, insomma, coincide soprattutto con la qualità della vita umana, più che con la quantità delle disponibilità o delle opportunità di ottenere beni materiali. In questo senso sicuramente gli ultimi magisteri papali (e in particolare Papa Francesco con l’ultima LE “Laudato Si”) ci aiutano molto a, focalizzare la fondamentale importanza che assumono il rispetto per l’ambiente, la moderazione e l’equilibrio armonico, nell’uso delle risorse naturali, un certo tipo di sviluppo economico disordinato, sbilanciato e disfunzionale, che lo stesso Papa Francesco non esita a definire un comportamento globale, delle nazioni ricche, di natura omicida (Economia che uccide dice). Insomma questi fattori che risultano essere, almeno in apparenza esogeni, rispetto alla persona, impattano notevolmente e notevolmente influiscono sulla salute umana e delle popolazioni e sul loro livello generale di benessere – appunto bene dell’essere.

Interessante in questo senso sarebbe entrare nel merito, di come l’immensità dei flussi migratori, provenienti dall’Africa sub-sahariana, siano mossi forse più dalla mancanza di accesso all’acqua e all’acqua potabile, bene primario ormai congenitamente assente dalle loro terre, elemento oltretutto fondamentale anche alla strutturazione di una prima rudimentale organizzazione sanitaria, impossibile da reperire a causa del violento cambiamento climatico dovuto al riscaldamento globale, che dalla presenza di guerre e di violenze armate interne e/o esterne ai loro paesi. Inoltre va considerato che la prospettiva partecipativa del Bene Comune, nell’era della globalizzazione è esplicitata proprio dalla profonda e crescente interdipendenza universale, la quale fa sì che ormai un singolo Stato non sia più in grado di garantire da solo il bene comune e il benessere globale anche solo dei suoi stessi cittadini (utopia e miopia dei particolarismi). Siamo dunque realmente e incontrovertibilmente cittadini del mondo.

Si aprono, dunque, scenari e capitoli nuovi tutti da scrivere: come quello sul dovere di “ingerenza umanitaria”, introdotto da Giovanni Paolo II, di fronte a violazioni del bene comune e dei diritti umani, che trascendono le possibilità di una sola nazione e interpellano la coscienza e la comunità internazionale. Giustamente i moralisti denunciano i numerosi nodi difficili, ancora da risolvere pure sul piano etico, sorti dagli straordinari cambiamenti, che hanno mutato e ampliato enormemente la portata stessa del Bene Comune. Il comandamento “Non Uccidere”, assoluto ispiratore (nella innegabile prospettiva storico-culturale che gli appartiene) di uno degli assi portanti del Diritto Positivo delle democrazie moderne, per esempio, va inteso ancora nel senso classico di “non uccidere direttamente l’innocente”, oppure esige una nuova tensione etica a carattere deontologico, che escluda qualsiasi uccisione violenta (aborto, pena di morte, autodifesa individuale e collettiva di tipo cruento) ? Il dovere di difendere la propria terra e la propria identità nazionale è oggi praticabile in concreto attraverso vie non violente e non militari? Ci possiamo limitare a dichiarare improponibile la guerra moderna e la stessa deterrenza nucleare, oppure la riprovazione va estesa anche alla produzione e al commercio di armi da guerra? Che senso ha mantenere il concetto tradizionale di sovranità politica e di nazione chiusa, se ciò favorisce il ritorno ai nazionalismi, causa di tanti conflitti? Non bisogna ormai ripensare l’ONU e l’ordine economico internazionale, così da superare l’economia che uccide e crea assurde e fatali discriminazioni? Non si dovrà, da parte di tutti, fare della pace una tematica centrale e non accessoria e marginale da lasciare solo agli specialisti o a chi si impegna volontaristicamente?

Dunque sta a noi, per il principio di responsabilità che ci contraddistingue come adulti, a cui è stato consegnato il futuro delle prossime generazioni (interessante in questo senso leggersi qualcosa sulla visione del filoso Hans Jonas), non uniformarci e non accettare il pensiero unico dominante, spesso pre-digerito e liofilizzato da parte dei media. È nostro compito alimentare la nostra coscienza critica e quella dei giovani che sono a noi vicini.