La responsabilità è innanzitutto prendere un impegno.
E così,  una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (Corte di Cassazione  n. 10527/15 del 22 maggio) ha stabilito che non basta, per esimersi da responsabilità, il fatto di aver inviato una raccomandata al proprio assistito da cui non si è avuto risposta: anche se il cliente non risponde alle raccomandate, l’avvocato deve risarcire il danno se fa prescrivere il diritto.
Questa è una buona notizia: una pronuncia che va contro quello che parrebbe essere il costume ormai invalso nell’etica nel nuovo millennio.
In un mondo in cui tutto – o quasi – parrebbe puntare all’obiettivo di limitare e delimitare i confini dell’impegno personale nella vita nelle sue mille sfaccettature, molti sembrano trincerarsi dietro una frase di sapore ed ispirazione per così dire “Ponzio Pilatesca”, atta ad esonerarli da ogni responsabilità: “io l’ho fatto”.
Una frase generalmente riferibile ad una attività o ad una azione, fatta la quale ci si sente a buon diritto “a posto”, perché “io l’ho fatto”.
Il contenuto dell’azione compiuta può essere il più disparato e colorarsi dall’aver fatto una telefonata o spedito una lettera o qualunque altra attività anche di molto maggior spessore, ma il punto è questo:  basta aver comporre il numero telefonico anche laddove il destinatario sia risultato irraggiungibile oppure il numero occupato? La risposta dovrebbe essere “non basta”.
Una persona “responsabile” nel senso proprio (cioè etimologico) della parola e’ una persona che si impegna a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.
Dalla citata recente sentenza della S.C. emerge con grande chiarezza il principio di responsabilità come impegno.
Per la Suprema Corte la mancata risposta del cliente alla raccomandata – che informava e chiedeva istruzioni – non ha rilievo, poichè al difensore non si richiedeva per interrompere la prescrizione ” alcuna particolare capacità tecnica né uno specifico impegno materiale”: avrebbe “solo ” dovuto inviare un’altra lettera , e così, tutelare il diritto del suo cliente evitando  che lo scorrere del tempo pregiudicasse la possibilità di far valere un suo diritto.
Ogni professionista ha una infinita serie di preoccupazioni e di incombenze ed a nessuno deve farsi carico di problemi che esorbitino da un criterio di ragionevolezza.
Ma certamente il dictum della Cassazione è una buona notizia . Che dovrebbe  valere in tanti campi, mutatis mutandis.
Così la segretaria o il collega che dovevano fare la telefonata sopra menzionata, non devono e non possono  ritenersi “liberati” dall’incarico già solo per aver composto il numero, ma solo quando abbiano parlato con la persona da contattare.
E gli esempi che ad ognuno vengono, potrebbero essere infiniti.  In ogni branca del vivere umano.
Diventiamo re-sponsivi e responsabili.
La responsabilità non è un terribile peso da cui cercare in ogni modo di sentirsi esonerati, per non avere problemi e non dover risarcire eventuali possibili conseguenze dannose.
Ognuno prenda il suo impegno per fare quello che serve per portare a compimento il fine cui l’azione o l’attività sono indirizzati.
Chi è ottimista è portato per natura a considerare, giudicare e prevedere gli avvenimenti nel modo più favorevole.
“Prendere l’impegno” in modo serio  è possibile per tutti i cittadini del mondo.  Se solo lo scelgono. Spinti da un vento nuovo. Il vento dell’impegno.
Triste è il destino di chi, per non avere troppi problemi , evita l’impegno personale, la faticosa – talvolta – fedeltà alla parola data e all’impegno assunto.
Lo dicono anche i Salmi, cioè  le parole che Dio pone sulle nostre labbra. Pensiamo al salmo n. 1 che parla del valore di “saper essere come un albero”: fermo e stabile, capace di affrontare le stagioni diverse con serenità e costanza, portatore di saldezza e tenacia.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,

ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

É come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;

perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell’assemblea dei giusti

poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

L’albero si riconosce sempre e solo dai frutti, non certo dalle pretese o dalle paure.

Ottimisticamente – e chi crede in Dio è ottimista per vocazione – speriamo in un mondo sempre più pieno di alberi dell’impegno.

E così, piantati questi alberi, il mondo avrà di nuovo tanti cittadini che abbiano il coraggio di vivere nello stile di chi non ha paura di compiere scelte precise, radicali, nette.

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