Maurizio Grandi e Erica Poli

Mentre esce il DDL S. 1337 “Applicazione della valutazione di impatto sanitario ai procedimenti di autorizzazione integrata ambientale”(http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/51900.pdf), quel che è accaduto con il Coronavirus ci fa riflettere sul fatto che siamo tutti connessi, individui, animali, piante, pianeta Terra.

Ma se è così, allora l’essere tutti connessi significa rivedere il concetto di sano e di malato, il nostro modo di affrontare la cura.

Se “un battito d’ali di farfalla nella giungla amazzonica può provocare un uragano sull’Europa”(Edward Lorenz) perché un coronavirus della giungla cinese che circolava indisturbato nella popolazione di pipistrelli (o serpenti) non dovrebbe provocare un uragano nel mondo?

Ma a tirarlo fuori dalla sua giungla e dai suoi ospiti originari, Chi è stato? Se non gli Uomini, magari per mangiare i pipistrelli secondo tradizioni culinarie o per chissà quali altre intersezioni di motivi, caso e sincronicità. 

E’ probabile che certe tradizioni abbiano radici secolari, come quando anni fa, ad Hong Kong uno dei tour più affascinanti e inconsueti era il giro dei locali dai tavoli bucati per infilarci il cervello di scimmia…

Tradizioni, discutibili o meno, raccapriccinati o meno, che esistono dal passato.

Perché allora non prima il passaggio, perché non prima il contagio? 

Una risposta si chiama megalopoli.

Senza di queste, è pensabile che il virus sarebbe rimasto confinato e verosimilmente estinto tra poche decine di Persone.
Il più vero responsabile è la globalizzazione che si  estende con effetto domino.

Intervenire su un’ecosistema, come avviene da anni in tutta la Madre Terra, danneggiarlo come si sta danneggiando l’Amazzonia, significa che questo troverà un nuovo equilibrio con conseguenze patologiche per  i suoi Figli più scellerati, gli esseri umani.

Quante farfalle di Lorenz, quante api sono andate distrutte, perdute con l’impiego dei pesticidi?

Viviamo in un acquario, la nostra salute per l’80% dipende dall’ambiente.

E il Coronavirus ce lo sta insegnando un po’ più brutalmente del solito, ma in fondo ancora non troppo malignamente. Che non si debba aspettare una lezione più dura, come alcuni virologi ed epidemiologi da anni predicano, per imparare che salute dell’uomo e salute dell’ambiente sono la stessa cosa e che globalizzazione così come è avvenuta sinora non equivale a quel genere di salute di cui abbiamo bisogno.

Per la medicina è un monito: era già inadeguata la cosiddetta medicina a 4P, oggi si sogna una salute circolare. Dove circolare é ambientalismo, oltre che umanesimo, come porzioni dello stesso quadro.

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