Interista…

a cura di Elsa Veniani

Ci sono persone che hanno percorso la storia dell’Umanità, personaggi più o meno conosciuti o di cui spesso nemmeno abbiamo nota, che hanno contribuito ad arricchire, a determinare, a dare direzione al quel cammino che ci ha condotto fino ai nostri giorni. Donne e uomini che dovremmo riportare nella nostra realtà quotidiana, invitare ad entrare nelle nostre case, nella nostra vita, permettendo loro di condividere con noi gli ideali, i pensieri, le convinzioni, le passioni che li hanno pervasi a tal punto da spingerli ad osare, ad andare oltre, a scardinare porte ben serrate per aprire la via a chi sarebbe sopraggiunto dopo di loro, a rischio persino della loro stessa esistenza. Figure che fanno da monito affinché ognuno di noi possa trovare la forza ed il coraggio di perseguire la propria natura fino a portarla a pieno compimento, consapevoli del fatto che per quanto piccolo possa essere il seme che lasceremo in questa dimensione esso contribuirà comunque a determinare il futuro delle generazioni che seguiranno.

Il personaggio che oggi invito ad entrare nella mia esistenza è Cristina Trivulzio di Belgiojoso. E quale miglior modo di accoglierla se non lasciandola parlare proprio attraverso i suoi stessi discorsi, le sue lettere, le sue stesse parole. E’ una donna talmente attuale da volerla immaginare proprio qui accanto a me, immerse entrambe in una condivisione di Anime che va oltre la dimensione spazio-temporale.

Cara Cristina, se ti chiedessi di raccontarmi di te, come ti definiresti?

Ero così timida che spesso mi è accaduto di scoppiare in lacrime e in singhiozzi nel salotto di mia madre solo perché mi sembrava di essere guardata o che mi si volesse addirittura far parlare. Nella mia prima gioventù mi credevo non bella ma soltanto un po’ piacevole e nell’infanzia mi ritenevo senz’altro brutta e lungi dal rimirarmi venni spesso messa più volte in castigo da mia madre per aver preferito delle vecchie vesti alle nuove e spesso mi capitò di indossarle a sghimbescio pur di non levare gli occhi allo specchio.

Sei nata il 28/06/1808 da una delle casate più ricche di Milano e sei rimasta molto presto orfana di padre. Tua madre si risposa con Alessandro Visconti d’Aragona dal quale assorbi la passione liberale e patriottica che ti porterà ad aderire al movimento di unità e liberazione nazionale di stampo mazziniano. Qual è la tua idea di governo?

La repubblica è agli occhi miei la forma più perfetta di governo, quella che non abbisogna né si fonda sopra alcuna finzione, alcuna gratuita ipotesi, che considera le cose nella loro essenza, sotto il loro vero aspetto e chiama le cose col loro vero nome. Ma perché la Repubblica debba un giorno rivestire questo carattere e produrre questi effetti, conviene che i popoli presso cui è introdotta siano giunti ad un grado di civiltà non tanto facile a rinvenirsi. Io dico l’Unità d’Italia come scopo, la monarchia come mezzo per ottenerla prima e conservarla dopo.

Durante il tuo soggiorno a Parigi, città nella quale ti trasferisci per sfuggire alla polizia austriaca, riesci ad organizzare un salotto in cui raduni esiliati italiani e borghesia europea, arrivando a frequentare personaggi del calibro di Heine, poeta tedesco, Liszt, compositore ungherese, Mignet, storico francese. Heine, in una lettera a te indirizzata, ti descrive così:

«Ella è la persona più compiuta che abbia trovato sulla terra. Si, prima di conoscerla credevo che persone come lei dotate di tutte le perfezioni del corpo e dello spirito non esistessero che nei racconti delle fate, nei sogni di un poeta. Ora so che l’ideale non è una vana chimera, che una realtà corrisponde alle nostre idee più sublimi, e , pensando a lei, Principessa, qualche volta smetto di dubitare di un’altra divinità che avevo pure l’abitudine di bandire da’ miei sogni.»

Nel corso della tua giovinezza non solo hai sposato la rivoluzione, ma sei stata una donna libera, per certi versi disobbediente e che non si preoccupava certo di adeguare il proprio modo di atteggiarsi e comportarsi alle attese e pretese della buona società. Quando nel 1848 i moti infiammano l’Italia, tu sei a Napoli e da lì organizzi e finanzi la spedizione che ti porterà a Milano assieme a 200 volontari. L’anno seguente sei a Roma a difendere la Repubblica assieme a Margaret Fuller Ossoli e Enrichetta Pisacane e con loro formi un triumvirato femminile che sovraintende agli ospedali. Fu proprio Mazzini ad affidarti l’organizzazione della sanità pubblica e dei convogli di ambulanze militari, oltre alla direzione del comitato di soccorso. In quell’occasione lanciasti un appello alle donne romane affinché ti aiutassero ad assistere i feriti. L’avviso è datato 27 aprile 1849 e recita:

“Nel momento che un Cittadino offre la vita in servizio della Patria minacciata, le Donne debbono anche esse prestarsi nella misura delle loro forze e dei loro mezzi… sin d’oggi si è pensato di comporre una Associazione di Donne allo scopo di assistere i Feriti, e di fornirli di filacce e di biancherie necessarie. Le Donne Romane accorreranno, non v’ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità. Le offerte in biancheria, filacce ecc. ecc. possono pure essere dirette alle Cittadine componenti il Comitato…”

Furono moltissime le romane che risposero all’appello e tu ne scelsi trecento, di ogni età e ceto sociale, donne irreprensibili ma anche prostitute di professione, tenendo conto della loro capacità di assistere i feriti più che della loro morale. Questo ti scatenò contro le ire di Pio IX, che nell’Enciclica “Noscitis et Nobiscum“, lamentava che “più d’una volta gli stessi miseri infermi già presso a morire, sprovveduti di ogni conforto della Religione, furono astretti ad esalare lo spirito fra le lusinghe di sfacciata meretrice“.

Tu per nulla intimorita, trovasti il coraggio di rispondere al Pontefice con una lettera dai toni decisi:

“Vostra Santità si degnerà sicuramente di considerare che non disponevo della Polizia Sacerdotale per indagare nei segreti delle loro famiglie, o meglio ancora dei loro cuori. La cosa più importante era però che quelle donne erano state per giorni e giorni al capezzale dei feriti; non si ritraevano davanti alle fatiche più estenuanti, né agli spettacoli o alle funzioni più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle bombe francesi”. 

Non sei stata solo una donna rivoluzionaria, ma anche intellettuale, autrice di numerosi articoli scritti su giornali e riviste francesi. Nel febbraio del ’45 rilevi una rivista patriottica, la “Gazzetta italiana”, in gravi difficoltà economiche e la trasformi l’anno dopo in una rivista, l'”Ausonio”, sul modello della celebre “Revue des Deux Mondes”. Cosa ti spinge a scrivere?

L’eleganza dello stile non è dote ch’io possegga, e non ho mai preteso di aspirare a questo vanto. Scrivo perché  parmi di avere qualche cosa da dire, che possa per avventura riuscire non inutile al mio paese. Se tacessi perchè so di non parlare con linguaggio elegante e forbito, arrossirei di questa mia puerile vanità.  Se chi mi legge m’intende senza durar fatica, mi terrò per pienamente soddisfatta. Se chi mi ha intesa rende giustizia alla rettitudine delle mie intenzioni, e mi perdona la illimitata ed assoluta schiettezza del mio dire, sarò sempre più convinta della bontà e della cortesia de’ miei compatriotti.

Vorresti descriverci la visione che hai dell’Italia?

L’Italia non è più una semplice astrazione geografica. L’Italia esiste come nazione, nel modo istesso nel quale esistono le altre nazioni europee o per dir meglio le più potenti e le più incivilite dell’Europa. Ristretta intorno ad una sola bandiera, retta a monarchia da un re; posta sotto l’egida di uno statuto costituzionale che il governo non tentò mai di frangere, forte e superbo della propria indipendenza, dopo che l’ultimo soldato straniero ne sgombrò, e voltava le spalle ai confini di lei; difesa dagli italiani, da italiani amministrata, governata e rappresentata; solcata in ogni direzione da numerose ferrovie, corredata di una forte marina, proporzionatamente alla estensione del di lei litorale; l’Italia coi suoi 26 milioni d’abitanti e più, guarda con legittima soddisfazione a tutto ciò ch’essa compiva nel brevissimo spazio di sei anni, e si prepara ad eseguire nuovi progressi.

Che visione hai dello stato sociale? Come lo intendi?

Fondare delle scuole non solo pei fanciulli, ma per gli adulti altresì, ed ivi invitarli colla seduzione di insegnamenti variati e dilettevoli a cui non rimarranno a lungo indifferenti quelle nature curiose, e quelle menti accessibili ad ogni raggio di luce.  Stabilire dei piccoli centri di industrie, ove, sì gli uomini come le donne, trovino delle occupazioni poco faticose ed un guadagno equamente ripartito.  Aprire dei magazzini così detti cooperativi, in cui il compratore venga messo a parte dei profitti del venditore, e che rendino impossibile le congiure fra questi ultimi per ispogliare i primi, raddoppiando e triplicando il prezzo degli oggetti di prima necessità.  Nè vorrei si trascurasse o si sdegnasse di procurare a quelle popolazioni qualche opportuno divertimento che avesse per effetto di rasserenarne gli animi, e di ammansarne i costumi. Insegnerei loro un po’ di musica e le addestrerei a cantare dei cori, che il pubblico si recherebbe volontieri ad udire quando anche non si ammettesse se non pagando una frazione qualunque di franco, che verrebbe poi distribuita ai cantanti.  Questi tentativi, queste misure, debbono essere modificate in modo da adattarle ai variati caratteri delle popolazioni; ma qualunque istituzione avente per iscopo di occupare quelle genti, e di addolcirne i costumi senza aggiungere nuovi vizii agli antichi, sarebbe benefica, e la esperienza indicherebbe presto quali modificazioni convenisse introdurre nel piano primitivo.

Quanto ritieni che il passato possa influenzare le sorti di una nazione, di un popolo?

Il carattere dei popoli si compone delle passioni e dei costumi acquistati sotto l’influenza del loro passato.  Il passato può essere completamente distrutto, e trasformato in un presente tutto opposto a quello; ma le traccie del passato esistono nel carattere e nelle abitudini popolari che in esso si formarono.  Quando il passato più non esiste, ed ha dato luogo ad un presente che in nulla gli somiglia, le tendenze morali ed intellettuali create da quello più non convengono a questo.  Per noi del resto la necessità di spogliarci di quegli avanzi del passato è singolarmente evidente, in quanto che siamo stati educati dai nostri dominatori per compiacerci negli ozi della schiavitù, e per essere indegni della libertà. Siamo stati educati a diffidare e a sospettare di tutto e di tutti; a stancarci di tutto ciò che dura da qualche tempo, a biasimare e criticare ogni cosa, a giudicare degli uomini e delle cose colla nostra immaginazione piuttosto che col freddo criterio; ad esaltarci fuor di misura per tutto ciò che riveste un aspetto drammatico di sublimità e di eroismo, senza esaminare se la sostanza corrisponde all’apparenza. Siamo stati educati ad impiegare parole ampollose ed enfatiche, e a prenderle per l’espressione di sublimi concetti, a confondere l’enfiagione della vanità colla coscienza della nostra irresistibile forza, e non dubitare della nostra superiorità, e dei trionfi ch’essa ne assicura; e quando invece di trionfi raccogliamo rovesci, ad esagerarli, a darci in preda all’abbattimento e alla disperazione, e ad imputare altrui le sventure che la nostra imperizia e la nostra inesperienza ne hanno procurato. Siamo stati educati a disprezzare la scienza e gli studi necessari ad acquistarla, e a vantarci del nostro ingegno svegliato, che conosce ogni cosa per intuizione, senza condannarsi alla noia dell’imparare. Siamo stati educati da chi voleva mantenerci schiavi, in modo tale da renderne incapaci di costituirci in nazione libera ed indipendente; incapaci di compiere i doveri del cittadino, come di sacrificare le private ambizioni e i privati interessi alla salvezza e alla prosperità della comune patria. Il nostro principale studio deve essere ormai di spogliarci di tutte le letali influenze del passato. Ricordiamoci che il nostro passato fu un’era di schiavitù, e che il popolo educato alla schiavitù deve trasformare sè stesso, se vuol diventare atto a godere della libertà e della indipendenza.

In un tuo scritto affermi che sia la nazione che il governo non possono essere considerati distinti e divisi dal singolo cittadino, perchè il cittadino forma parte integrante dell’una e dell’altro. Vorresti spiegarci meglio questo concetto?

In un paese libero, che si governa da sè medesimo, mediante i suoi rappresentanti, non vi è atto governativo, non vi è vicenda nazionale a cui un cittadino possa rimanere estraneo ed indifferente. Ognuno porta la parte sua della responsabilità delle risoluzioni governative, siccome ognuno divide e risente le conseguenze delle sciagure nazionali e dei nazionali vantaggi. Questo è quello che molti fra gli italiani ignorano, o fingono d’ignorare, per non essere costretti dalla loro stessa coscienza ad abbandonare le dolcezze dell’ozio ed arruolarsi fra gli operosi.

Cosa auspichi possa accadere in Italia affinchè si possa creare una nazione libera e rispettosa dei diritti dei suoi cittadini?

Io vorrei che si formasse in Italia una vastissima associazione, nella quale s’inscrivessero tutti gli uomini dotati di buon senso, di patriottismo e di onestà, allo scopo di mettere in comune le loro facoltà, i loro mezzi ed i loro pensieri, per sollevare il povero dalla sua miseria, l’ignorante dalle sue tenebre, e per procurare a tutti l’opportunità di lavorare e di fruire dei vantaggi dell’industria e del commercio. E finchè tale immensa associazione sia formata ed eserciti l’opera sua, vorrei che gli uomini più operosi, più esperti e più colti delle varie città d’Italia, si unissero e formassero delle associazioni parziali, tendenti tutte a quel medesimo fine, non tralasciando al tempo stesso di adoperarsi, anche come semplici individui, a persuadere gli ignoranti ed i forviati dei loro errori, e del danno che ad essi e al paese tutto risulta dai pregiudizi loro.  Quando ogni uomo di senno ed amico del proprio paese abbia scolpito nella mente l’idea dei suoi doveri verso il paese stesso, quando questa idea gli sia sempre presente, avrò ottenuto il fine ch’io mi prefissi scrivendo questi fogli; perchè i mezzi non verranno meno a chi persiste nel cercarli, ed è risoluto di adoperarli quando ad esso si presentino.  Ciò di cui difettiamo è la costanza della volontà e della risoluzione.

Mi daresti cortesemente una tua definizione di libertà all’interno di una nazione?

La libertà come io la intendo sagrifica in una certa misura l’individuo alla nazione, e non considera quello se non come parte integrale o come rappresentante di questa. — La libertà come la intendono gli ultra liberali, la libertà non definita e non definibile, non confessa la necessità di sagrificare nè l’individuo alla nazione, nè la nazione all’individuo, ma di fatto li sagrifica ambedue ad una illusione, ad una falsa dottrina. L’esercizio dell’assoluta libertà dell’individuo, e di tutte quelle individuali libertà radunate come in un fascio che comporrebbero la nazionale libertà, è una di quelle teorie belle e seducenti per sè stesse, ma che non reggono alla pratica, perchè la libertà sfrenata di un individuo si urta necessariamente colla libertà sfrenata di un altro individuo, e tutte queste libertà osteggianti fra loro, formano non già la nazionale e universale libertà, ma un caos tenebroso, ove si combatte ciecamente, e si perdono in breve persino le nozioni del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del diritto e del dovere. Dio ne salvi da una siffatta libertà!

Il 31/01/1866 avesti il coraggio di scrivere un articolo in merito alla condizione delle donne e del loro avvenire. Scelta decisamente coraggiosa per la tua epoca. Tu difendi a spada tratta il diritto delle donne di ricevere un’istruzione. Vuoi darci la tua opinione in merito.

Mi si dice che le scuole ove l’ uomo attinge il sapere son chiuse alle donne, e che se qualche giovinetta di famiglia opulenta può acquistare qualche sapere con maestri privati e libri comperati, sempre rimane il più gran numero delle giovinette che è escluso dalle scuole pubbliche più elevate; nè potendo per gli scarsi mezzi procurarsi la istruzione privata, sono costrette di rinunziare a quel sapere che è tuttora esclusivamente serbato all’ uomo, e che forma la base della di lui superiorità ed eccellenza. Di ciò non convengo.

Credo che le giovinette inclinate agli studi seri ed elevati potrebbero penetrare nelle aule dei licei e dei

ginnasi, qualora vi fossero chiamate da un sincero desiderio d’ istruzione, e qualora vi osservassero un

tranquillo e modesto contegno; e credo che all’escire da quelle scuole, preparate essendo a sostenere

degnamente gli esami stessi che sono imposti ai giovani, non incontrerebbero poscia ostacolo alcuno alla frequentazione dei corsi pubblici che compongono la istruzione universitaria.

Non dico che la prima giovinetta posta a tali prove potesse vincerle senza essere dotata di molto coraggio, di sangue freddo, di una invincibile perseveranza e di forze intellettuali di primo ordine; ma nessuna conquista può farsi senza un conquistatore , e i conquistatori , a qualsiasi tempo ed a qualsiasi sesso appartengano, sono sempre creature eccezionali.

La prima giovinetta che picchiasse alla porta delle scuole maschili, ecciterebbe, non v’ ha dubbio, le risa degli studenti e i sospetti dei professori. E che perciò? Tacerebbero le risa e svanirebbero i sospetti, quando la giovinetta studiasse daddovero, quando non si presentasse se non accompagnata da persona rispettabile per la età e pei costumi, quando si sforzasse di sottrarsi agli sguardi degli studenti, quando insomma facesse a tutti chiaro che non venne per fare una cosa strana, ma per coltivare il proprio intelletto.

Credo che l’impresa sarebbe assai meno ardua che non pare, e che quando fosse evidente che le

intenzioni dei parenti e della giovinetta stessa sono le espresse, e nulla ascondono di misterioso, il

tentativo incontrerebbe favore, e la giovinetta non sarebbe dalle scuole respinta, ma ammessa, aiutata e protetta. Quando poi la difficile prova ottenesse un discreto successo, sarebbe tosto da altre giovinette ripetuta, sinchè fatto a tutti evidente che le donne non si compiacciono più nella ignoranza antica e fanno lodevoli sforzi per uscirne, si aprirebbero scuole femminili dove le donne riceverebbero la istruzione medesima che sino ad oggi è privilegio degli uomini, senza che la convivenza fra gli studenti di diverso sesso potesse dar motivo a scandali o diffidenza.

Ritieni che il processo di emancipazione della donna possa avvenire in tempi brevi o lo ritieni di difficile realizzazione?

La condizione della donna è al di sotto del valor suo intellettuale e morale, ed in quella la donna non trova, se non in casi eccezionali, una durevole felicità.

Questa condizione è ad un circa la medesima che le fu imposta nei primi albori della civile società; e siccome ogni cosa cammina, progredisce e si trasforma quaggiù, la immobilità della condizione femminile è opposta alla natura delle cose e della umana famiglia.

Ma tante cose posano sopra codesta condizione femminile elle non si può distruggerla ad un tratto, senza recare immensi danni alla società.

Conviene invece camminare adagio, togliere ad una ad una le pietre che possono essere tolte all’ odierno edilizio sociale, senza cagionarne l’ intera rovina; conviene anzi porvi saldi puntelli affine di mantenerlo ritto a mano a mano che gli son tolte le pietre onde si compone, e che si adoprano alla erezione di un nuovo edilizio, in cui i bisogni di tutti e di tutte trovino un’equa soddisfazione.

Le donne che ambiscono un nuovo ordine di cose, debbono armarsi di pazienza e di annegazione, contentarsi di preparare il suolo, di seminarlo, ma non pretendere di raccorne la messe. La presente generazione non può se non preparare giorni migliori alle generazioni future, e di ciò deve andar contenta: imperocchè le riforme fatte in fretta hanno quasi sempre infelice successo, e distolgono i più animosi dal ripeterle.

Io vorrei che si contentassero di dimostrare coll’ evidenza del loro ingegno e colla moderazione delle loro pretese, che la mente femminile non è naturalmente e necessariamente inferiore alla virile, e che la donna non si lascia sempre trascinare dalla passione, ma sa regolare e temperare i propri desideri, ed accomodarsi alle circostanze ed ai tempi; e sono persuasa che seguendo questo mio consiglio giungerebbero più presto alla meta.

Incontrarti attraverso ciò che di te hai voluto coraggiosamente lasciare alle generazioni  future è stato per me un grande onore ed una notevole scoperta. Perché sei incredibilmente attuale, nonostante oltre un secolo separi le nostre esistenze. E mi stupisce che la società in cui oggi vivo così pochi tributi ti abbia rivolto e sia tutt’ora restia a rivolgerti. Hai fondato scuole e asili, hai sostenuto in prima persona le lotte risorgimentali, hai diretto giornali, ti sei prodigata per sollevare le persone dalla povertà, non ti sei tirata indietro quando ti è stato affidato il compito di organizzare la sanità pubblica e assistere feriti di guerra, ti sei adoperata per creare uno stato sociale basato sull’equità e la giustizia, ti sei battuta per gettare quei semi che si sono rilevati indispensabili per dare alla donna la dignità che si merita ed elevare la sua condizione. Quanto vorrei che oggi tutte le donne siano mosse dal tuo stesso spirito indomito e dalla tua stessa tenacia.

Mi piacerebbe tu potessi concludere questa intervista con la visione che hai del futuro, di ciò che attende le generazioni che verranno.

Forse io m’ inganno, forse mi acceca la parzialità pel mio paese, ma parmi di scorgere, in un avvenire non

so quanto lontano, l’ Italia che scioglie tutti i problemi sociali, e li scioglie con prudente, ma instancabile

coraggio, vittoriosa nemica di tutti i pregiudizi, disprezzatrice costante di quelle ragioni individuali che si

oppongono alle legittime delle moltitudini  Parmi vedere negli uomini che possono oramai ambire il reggimento della nazione, che la rappresentano o che si dedicano alla difesa ed al servizio del paese, parmi, dico, vedere scemato il desiderio di mantenersi, mediante la soggezione e l’ avvilimento della donna, la dispotica loro autorità sulla casa e sulla famiglia. Parmi vederli presi da meraviglia accorgendosi che le donne, educate ed istruite dagli stessi maestri loro e negli studi stessi, non rinunziano perciò ad esser donne, a vivere della vita della donna, ad assumerne e ad adempierne i doveri, non assordano la società coll’ entusiastiche lodi del loro ingegno, esaltando la propria eccellenza, chiedendo diritti, disprezzando doveri, e desiderando strane riforme.

Parmi vederli più maravigliati ancora, quando scoprano che la donna colta sa rendersi compagna gradita

anche dopo la partenza della bellezza e della gioventù; che le puerili dispute, i frivoli diletti le sono

diventati assai meno necessari di prima; che la sua vanità più non si offende colla solita facilità; che la

noia e la malinconia senza motivo non sono più il flagello della sua vita, e ch’ essa può dare la propria

fiducia ad un sacerdote che le sembri meritarla, senza farlo padrone dei secreti domestici, nè ricevere da

lui le istruzioni da comunicarsi al marito ed ai figli, nè i rimproveri e le condanne, quando gli uni e gli

altri le ricusino, nè vogliano regolarsi conformemente a quelle.

Parmi vedere nel glorioso avvenire della mia patria le famiglie in miglior modo assestate e dirette, la

educazione della prole più saggia e più previdente, le amicizie pericolose scemate di numero, dappoichè

mariti e mogli saranno gli uni per gli altri i più sicuri, sinceri e fedeli amici che si possano desiderare.

Vedo cessati i contrasti, le usurpazioni, le recriminazioni; cessato il bisogno della dissimulazione, e la

tendenza alla falsità, coll’ aver posto sopra più salde basi la domestica felicità, e coll’ avere permesso alla

donna d’ innalzarsi alla pari dell’uomo.

Vedo la società arricchita dell’ingegno, dei consigli e dell’opera femminile, in quelle faccende almeno che richiedono prontezza di concepimento e di criterio, umanità, e disposizione al sagrificio.

Vedo che alla mia patria spetteranno le lodi e la gratitudine universale per avere felicemente e saggiamente troncata la quistione del valor femminile, e della condizione che alla donna si compete.

 

 

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