Il movimento architettonico moderno nasce nel periodo tra le due guerre, tra le speranze e le utopie di una rivoluzione socialdemocratica: L’obiettivo è una risposta concreta e funzionale alle drammatiche trasformazioni sociali e economiche provocate dalla Rivoluzione Industriale. Progettisti e committenti maturano la convinzione che le moderne realtà economiche e produttive necessitano di un’architettura senza riscontro nel passato con soluzioni concrete e congruenti con la funzionalità del tempo e del luogo.
Nel movimento moderno, l’Italia, durante il regime fascista, genera il Razionalismo per accogliere le esigenze di una società nuova e rispondere al boom demografico utilizzando al meglio gli spazi.
Mussolini trasformò radicalmente il modo di costruire, aderendo al modernismo e al razionalismo, fino alla svolta influenzata dal monumentalismo tedesco (Eur di Piacentini). L’enorme capacità progettuale: vede in Roma, ripensata e ricostruita attraverso l’opera di grandi architetti di prestigio, come Giuseppe Terragni, l’icona del paese.
“La cultura architettonica italiana aderì in gran parte al fascismo che ebbe la capacità di investire, anche economicamente, aprendosi alle tendenze del Novecento” (Ernesto Galli della Loggia).

Il razionalismo incontra la tubercolosi: nascono i sanatori
Prima della scoperta dei sulfamidici di Gerard Domagk e della penicillina di Alexander Fleming, la cura della tubercolosi si basava sulla elioterapia e l’alimentazione (ipercalorica e iperproteica).
In parallelo alla diffusione dell’edilizia ospedaliera, si sviluppa la concezione del sanatorio secondo criteri che influenzeranno l’insieme delle teorie dell’architettura del Novecento e contribuiranno a definire l’idea di modernità. La sublimazione dei principi igienisti ha prodotto apparati concettuali e comportamentali strutturati nella profilassi, utilizzati come strumento di didattica. Episodio ancorato nella storia.
Nella seconda metà dell’ Ottocento il sanatorio è destinato all’isolamento dei malati e alla cura non farmacologica della malattia, basata su una variabile combinazione di alimentazione, riposo e esposizione all’aria pulita. Attraverso la collaborazione tra medici e progettisti diventa un laboratorio di architettura in cui si sperimentano tecniche materiali soluzioni distributive, impiantistiche, formali fuori da regole consolidate, in un progresso analogo a quello dell’edilizia industriale. Abbandonando approcci tradizionali come le rigide disposizioni planimetriche, i decori ripresi dal passato e la scarsa sperimentazione tecnologica. Secondo i consigli del Consiglio Superiore della Sanità Pubblica, la costruzione si doveva basare su un’unica tipologia consistente in un edificio a monoblocco a due o tre piani fuori terra, schema planimetrico a “T” con due bracci, corrispondenti ai reparti di degenza maschile e femminile, simmetrici rispetto a una spina centrale di servizi comuni. Le camere erano comprese tra il corridoio di servizio a nord e un’unica veranda continua a sud; le testate erano leggermente aggettanti per proteggere dal vento. L’edificio aveva andamento rettilineo, rinunciando ai modelli curvi impiegati alla fine dell’Ottocento.
Il medico tedesco Hermann Brehmer, tubercolotico egli stesso, fonda nel 1854 a Goerbersdorf,regione tedesca della Slesia, il primo sanatorio. Caratterizzato da un’architettura irregolare, consolidatasi nell’immagine di un castello neogotico,era situato in un contesto montano, a 630m di quota, proponendo il modello di una collocazione esterna ai contesti urbani, in un ambiente salubre, adatto a una lunga permanenza all’aria aperta, scandita da passeggiate e da esercizi fisici. Il discepolo di Brehmer, Peter Dettweiller, perfeziona il modello con il sanatorio di Falkenstein, nel Taunus (1876), il primo di tipo “popolare” che determina la definizione dell’architettura sanatoriale con introduzione della galleria di riposo (Lieghalle), destinata alla permanenza dei pazienti, distesi nel letto all’aria aperta, ma al riparo dalle intemperie.
Il sanatorio, o stabilimento elioterapico, inizia a assumere la disposizione che rimarrà invariata per mezzo secolo, basata su un corpo principale, destinato al servizi comuni, da cui si dipartono, in senso opposto, due maniche simmetriche, rettilinee o leggermente curvate, a formare una zona concava, riparata dai venti ed esposta a sud, verso cui orientare le camere di degenza, collegate direttamente alle ampie terrazze per l’esposizione al sole. Italia Germania Svizzera Francia e Inghilterra saranno i contesti privilegiati della sperimentazione architettonica, che si diffonde in Europa e nel Nord America, non solo luogo fisico della cura, ma mentale: immaginario collettivo intorno alla figura del tubercolotico, legata all’idea di sofferenza, di paura, di speranza. Espressioni artistiche, letterarie, poetiche e musicali hanno per protagonisti i malati del “mal sottile”, ambientate in villaggi sanatoriali.

Il Dottor Karl Turban considera pate della cura l’attenzione agli aspetti igienici e sanitari della degenza.
L’edificio sanatoriale viene elaborato affrontando problemi di stimolo a una precisa definizione in termini di funzionalità e di efficienza: sfruttare le caratteristiche ambientali per ottenere la migliore esposizione al sole, ridurre il numero di letti presenti in ogni camera, assicurare un continuo ricambio di aria, facilitare la più rigorosa igiene dei locali, contenere i costi della costruzione.
Il più famoso a Davos, in Svizzera, diventerà una “terra promessa” per i tubercolotici di tutto il mondo. Il successo è legato alla cura all’aria aperta, del clima di montagna; incoraggia i malati a coltivare relazioni sociali e attività di svago, trasformandosi in una stazione mondana con possibilità di incontro tra i malati e le persone sane.
Nel 1853, il medico tedesco Alexander Spengler arriva a Davos e ne fa località pioniera delle cure in alta quota. Il suo esperimento associa ottime condizioni igieniche e di alimentazione. Prescrive ai suoi pazienti passeggiate, fino a tre litri di latte al giorno, una dieta fatta di cibi nutrienti ma leggeri, frizioni del torace con grasso di marmotta , in grado di penetrare nella pelle più facilmente di altri prodotti e docce gelate, fondamentali per la cura. Secondo i suoi appunti, dopo si «respira più facilmente e profondamente, il polso acquista pienezza e forza e l’appetito si fa sentire». Nell’ Alexander, gestita da diaconesse di Berna, vengono offerti trattamenti anche agli indigenti. L’olandese Willem Jan Holsboer fonda con Spengler il primo grande stabilimento terapeutico, il “Curhaus Holsboer-Spengler e, fa costruire la linea ferroviaria Landquart-Davos e il sanatorio Schatzalp.
L’apice viene raggiunto negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, con oltre di un milione e mezzo di pernottamenti: nel 1954, Davos conta 24 cliniche. Tra i gestori, i cantoni di pianura che inviano i loro malati; la Germania è proprietaria di uno dei sanatori più famosi: la clinica Valbella, descritta da Thomas Mann ne «La montagna incantata».
La società sofferente, ma anche spensierata e morbosamente legata alla morte sovrastata da una gigantesca cupola di zinco, i balconi in ogni camera sostenuti da colonne di pino dove gli ospiti facevano i bagni d’aria sulla celebre “davosier Liege”, la sedia a sdraio in legno massiccio tipica di queste cliniche.

La scoperta degli antibiotici, negli anni Quaranta del Novecento, ha contribuito a debellare la tubercolosi, «Da allora, la maggior parte dei sanatori sono stati chiusi» (Margrit Wyder). I farmaci sono meno costosi dei soggiorni in alta quota. Mutue e assicurazioni hanno cessato di sovvenzionare i periodi di convalescenza fuori città.
Il declino e il destino di Davos si conclude in questi mesi con la ristrutturazione e vendita di appartamenti. Nell’ultimo ventennio almeno una decina di cliniche nella regione ha dichiarato fallimento e le altre tre o quattro si stanno riconvertendo. Il sanatorio della montagna incantata ha chiuso il 30 novembre dopo oltre 150 anni di attività.

Sanatorio di Albula

Sanatorio di Davos

In Italia, Il 18 maggio 1915, la regina Elena inaugura “l’Istituto Chirurgico Ortopedico di Ariccia” , per la cura dei bambini poveri di Roma e Provincia con Rachitismo e Tubercolosi. Vittorio Emanuele III mette a disposizione 50.000 lire. Elegante e moderno fabbricato di più di 2 mila mq, immerso nel parco dell’ex castello. Verande e portici in stile liberty al piano terra, ampi balconi e terrazze nei piani soprastanti, tetto a spiovente: con gli alberi e il verde intorno, piacevole residenza di montagna. Negli ambienti interni vi è un ottimo compromesso tra igiene e funzionalità, con locali spaziosi, ben aerati e opportunamente esposti alla luce del sole. All’avanguardia le attrezzature, termosifoni, filtri per l’aria pura. Ideali per praticare l’elio-climatoterapia. Propone: la meccanoterapia, l’elettroterapia, i bagni idroelettrici.

Istituto Chirurgico Ortopedico di Ariccia, Roma

Nel 1918, nasce il sanatorio Regina Elena di Legnano, per rispondere alle epidemie di influenza spagnola e tubercolosi che falcidiarono la popolazione. Lo Stato intervenne con investimenti destinati alla realizzazione di strutture dedicate. Era maturato da un comitato promotore: «Istituzione di Assistenza ai Tubercolosi», alla presidenza Carlo Jucker, direttore tessile del Cotonificio Cantoni. Su un terreno alle pendici dei colli di sant’Erasmo, pianalto morenico formato dai depositi del fiume Olona, di proprietà dell’Opera Pia di sant’Erasmo. Una superficie di 75000 m venne acquisita il 24 gennaio 1921 dall’Ospedale civile di Legnano, a un prezzo di 102522,81 lire. L’opera costò otre 6 milioni di lire, di cui 4 milioni di lire provenienti da una sottoscrizione popolare a cui parteciparono i cittadini e gli industriali della zona, 1 milione e mezzo dal Cotonificio, il comune di Legnano e la Cassa di Risparmio di Mi-lano, 100.000 lire dal comune di Castellanza, a cui si aggiunsero importi elargiti dalle municipalità appartenenti al circolo ospedaliero (Busto Garolfo, Canegrate, Castellanza, Cerro Maggiore, Parabiago, Rescaldina, San Giorgio su Legnano e San Vitto-re Olona) e il contributo degli operai legnanesi.
Il sanatorio, con regio decreto dell’11 settembre 1925, eretto in ente morale, è dedicato alla regina Elena. Direttore il dottor Emilio Morelli, primario il dottor Celso Capocasa.
In stile liberty è costituito da un edificio principale a un piano e due costruzioni laterali unite da una galleria a veranda, dove originariamente erano alloggiati i pazienti affetti da tubercolosi. Dietro la galleria centrale è presente la costruzione a due piani che ospitava i medici a servizio del sanatorio. Altri due edifici erano originariamente destinati al servizio ambulanza, al dispensario e al personale religioso che lavorava nella struttura (suore e cappellano). Le due costruzioni laterali collegate alla galleria fungevano da verande-solarium per i “bagni di sole” , studiate per essere utilizzate sia d’estate che d’inverno. I due saloni erano destinati alle riunioni e ai momenti di intrattenimento. Un inceneritore eliminava gli indumenti infetti e le bende utilizzate per la cura dei malati. Accoglieva fino a 120 pazienti, sistemati in stanze singole, a quattro, sei, otto posti letto. L’edificio era circondato da un prato all’ inglese e, il parco piantumato con centomila specie vegetali.

Sanatorio Regina Elena, Legnano

Negli anni 20’ nasce l’ospedale Carlo Forlanini per trattare i malati di tubercolosi. Intitolato a uno dei principali allievi di Robert Koch fu il più grande e prestigioso istituto scientifico di riferimento di ricerca sociale sulla tubercolosi a livello mondiale. Nel 1928, la Confederazione Fascista degli Industriali contribuisce con tre milioni di lire alla costruzione. La progettazione fu eseguita dall’ Ufficio Costruzioni Sanatoriali dell’ INFPS diretto da Galbi Berardi. Gli ingegneri Ugo Giovannozzi, per la parte artistica, Giulio Marconigi e Ferdinando Poggi, per la parte tecnica. Il 30 marzo 1939 il comitato esecutivo delibera l’erogazione di undici milioni di lire per completare gli aggiuntivi lavori in costruzione “con premio di accelleramento” di cinquemila lire per ogni giorno di anticipo sul termine di ultimazione contrattuale assegnato alla Ditta Bassanini. Il complesso completato in meno di quattro anni si estende per oltre 28 ettari con costo di cinquanta milioni, inferiore a quello preventivata. Il sanatorio fu inaugurato il 1º dicembre 1934 dal Duce e l’Università di Roma, il 17 aprile 1936 dal Re Vittorio Emanuele IlI e della la Regina Elena.
Edifici monumentali in una posizione incantevole, con moderni impianti sanitari e igienici, attrezzatura tecnica e scientifica all’ avanguardia, divenne la più grande clinica del mondo per la cura delle malattie polmonari, realizzata dall’ Istituto di Previdenza Sociale per la tutela della sanità.

All’inaugurazione erano presenti il senatore Luigi Federzoni, l’onorevole Costanzo Ciano, Balstrodi, Bruno Leoni, Giuseppe Volpi conte di Misurata, il presidente della Confederazione Fascista degli Industriali, l’onorevole Bottai, il presidente dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale e il direttore dell’Istituto Medalaghi. Con loro il Capo di Stato Maggiore della Milizia, generale Attilio Teruzzi, il cardinale del Papa, cardinale Marchetti Selvaggiani, molti senatori, il governatore di Roma, Francesco Boncompagni Ludovisi e il Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo AzzoliniIl. Il professor Fernard Bezancon segretario dell’Associazione europea per la lotta alla tubercolosi. La cronaca dell’inaugurazione fu mandata in diretta sulla radio nazionale.
Cittadella autosufficiente: dall’approvvigionamento idrico al fabbisogno alimentare, dai trasporti interni al funzionamento energetico, in una struttura urbanistica dotata di viali alberati e illuminati, chiese, campi di bocce, biliardi, cinema, teatri, centrale termica, scuole per bambini, emittente radiofonica, barbiere, parrucchiere, refettori, cantine per vino, canile, musei. Tutti i servizi scientifici e amministrativi sono centralizzati per ottimizzarne la gestione, centralizzare i malati e decentrare i servizi piuttosto della centralizzazione dei servizi e il decentramento dei malati. Si ridusse del 50% la mortalità causata dalla tubercolosi in Italia.
L’istituto suddiviso in quattro grandi padiglioni “polmonari” situati in via Portuense, di cui due riservati alle donne e due agli uomini; nel 1941 aggiunse un nuovo padiglione ortopedico con duecentocinquantuno posti letto dedicati alle persone affette da forme tubercolari osteo-articolari. Con le altre degenze di ventotto reparti per assistenza ai malati e venticinque sezioni di settori scientifici, disponeva di duemilasessanta posti letto nel 1938. A dirigerlo Eugenio Morelli. Nel 1934 l’organico era formato da cento medici, diciassette tecnici specializzati, trenta caposala e ottantadue infermiere a cui aggiungere novecento salariati elettricisti, falegnami, lattonieri, magazzinieri, giardinieri, oltre a nove cappellani, quindici suore, venti suore-infermiere e alcune addette a servizi che alloggiavano all’interno del per essere facilmente reperibili.

La cucina centrale era un salone di milleottocento metri quadrati di superficie ; il pavimento di porcellana bianca, a grandi riquadri azzurri come le pareti rivestite da maioliche; le colonne aereo-termiche completavano l’impianto di ventilazione che dalle torrette immettono l’aria pura esterna e allontanano trentamila metri cubi all’ora di aria maleodorante.
Un teatro da ottocento posti dotato di un moderno impianto di luci graduabili capaci di simulare aurore e tramonti, pannelli fonoassorbenti, camerini e una sofisticata cabina di regia che rendeva il teatro usufruibile come sala cinematografica utilizzata tre volte a settimana per proiettare film, spettacoli vari, concorsi d’arte per i ricoverati e premiazioni degli studenti più meritevoli.
I grandi cancelli di piazza Forlanini e di via Portuense sono in asse tra loro e il punto centrale di questa retta immaginaria è rappresentato dai giardini dall’esedra, modellata a “ferro di cavallo” per favorire la circolazione dell’aria nelle aree di degenza collegate tra loro da lunghe balconate. In questa esedra c’erano i laboratori in posizione baricentrica, distinti in quattro rami: chimico, batteriologico, istologico e sierologico, ognuno con un laboratorio autonomo.
Gli scultori Minerbi e Santagata e i pittori Roveroni, Busi, Rosso e Del Chiappa si coordinarono con gli architetti.
Le camere per i pazienti a mezzogiorno, hanno una lunga veranda di tre metri di profondità per accogliere lo sdraio dei malati, per garantire la massima luce durante il giorno. Ogni letto dispone di una cuffia per l’ascolto della musica di Alberto Rabagliati, del trio Lescano, della Santa Messa e consigli igienico-sanitari. L’ospedale venne abbandonato del giugno del 2015, durante il periodo Covid era stato pensato di rimettere in uso la struttura, l’ex sindaco di Roma Virginia Raggi, il Professor Puglisi e il Professor Martelli visitarono l’ospedale e diffusero la notizia che la struttura avrebbe potuto ospitare i pazienti affetti da Covid-19, riducendo la mancanza di posti letto. Il ruolo per cui era nato.
Da pochi mesi acquistato dal vaticano ospiterà la nuova sede del Bambin Gesù, l’ospedale pediatrico.

Ospedale Forlanini, Roma

Un’ altra struttura destinata ai malati di tubercolosi è il sanatorio di Paimio, costruito tra il 1928 e il 1933 in una meravigliosa foresta.
L’edificio è diviso in aree per i pazienti, stanze per il riposo e sale comuni per rilassarsi. Partendo da un nucleo centrale, ogni area si articola in base alla sua funzione, tenendo conto dell’orientamento migliore e sfruttando le vedute. Il complesso architettonico è completato da edifici destinati alle case dei medici e dei dipendenti, in padiglioni separati per garantire riposo e privacy. I bagni sono alle estremità di ogni piano.
Le stanze sono esposte a Sud/Sud-Est, le sale di riposo terrazzate a Sud. sfruttando la luce naturale. La sala di riposo coperta ha una capacità di 120 posti che occupa l’intero tetto dell’edificio. Una vista spettacolare permette di ammirare il paesaggio circostante. Le camere sono progettate utilizzando la luce artificiale indiretta e il colore verde sul soffitto per evitare di abbagliare i pazienti. Il riscaldamento che proviene dal soffitto evita un irradiazione diretta del calore. I lavandini hanno una geometria che minimizza il rumore dell’acqua. Alvar Aalto ha cercato di rendere abitabile l’ospedale, utilizzando tinte calde per le stanze private e per l’ala di degenza, mentre gli spazi comuni hanno colori brillanti, con particolare attenzione alla qualità della vita e dell’abitazione. L’architetto Aino Marsio, la moglie, progetta ogni singolo arredamento e particolare (maniglie e impianto di illuminazione), mentre Alvar Aalto si impegna a creare spazi che si uniscono perfettamente alla natura circostante e che trasmettano il senso di “casa” ai degenti. Edifica un enorme solarium pensile (oggi trasformato in ulteriori stanze d’ospedale). “La sedia in acciaio tubolare è certamente razionale dal punto di vista tecnico e strutturale: è leggera, si presta alla produzione in serie e così via. Ma l’acciaio e il cromo non sono soddisfacenti sul piano umano. L’acciaio è un conduttore di calore troppo efficacie. Le superfici cromate riflettono la luce in modo abbagliante, è persino acusticamente sono inadatte a una stanza” ( in “L’architettura e l’uomo” 1940).
Dal punto di vista stilistico, rappresenta una evoluzione del linguaggio architettonico, dai motivi eclettici e fondamentalmente regionalisti ancora presenti nelle costruzioni degli anni Venti, verso un razionalismo sempre più marcato con di episodi raffinati, depurandolo di tutti gli elementi fin de siècle e sovrapponendo alle facciate esistenti un diaframma di terrazze continue e coperture spianate.
L’intervento venne esteso ai fabbricati annessi che subirono la medesima cura “modernizzante”; i ballatoi in legno vennero sostituiti da verande spaziose e riparate in cemento armato, le coperture a falde furono sostituite da moderni tetti piani.
L’architetto Alvar Aalto andò oltre il canone razionalista promosso da Le Corbusier, conciliandolo con un’ accorta osservazione dei fattori psicologici caratterizzanti l’ambiente ospedaliero, nella prospettiva di “proteggere quanto più è possibile e servire, con i mezzi dell’arte di costruire, il piccolo uomo, in questo caso persino infelice e ammalato”. Ci ha insegnato l’importanza, nelle strutture sanitarie, dell’ illuminazione che deve rispettare i ritmi circadiani che influiscono sulla persona. Camera a 4 o 6 letti con collegamento flessibile con la veranda di cura, attraverso un sistema di serramenti in ferro e legno per disporre la chiusura vetrata a filo della facciata principale, a filo della balaustra del balcone, configurando una porta veranda vetrata da usare nel corso della stagione fredda. Ortogonalmente alla facciata, suddivide la balconata unica in logge corrispondenti alle camere retrostanti, contribuendo al mantenimento della privacy durante le sedute della cura sulla sdraio.
La struttura del sanatorio tipo era pensata per essere replicata su tutto il territorio nazionale. Sulla base di questo prototipo, furono costruiti 60 ospedali-sanatori in meno di dieci anni. Il medesimo schema compositivo venne impiegato come matrice per la progettazione dei complessi più articolati e ambiziosi (come Forlanini).

Sanatorio di Paimio, Finlandia

Il Villaggio Sanatoriale Eugenio Morelli, il più grande sanatorio d’Europa ,costruito tra il 1932 e il 1939, è un capolavoro dell’urbanistica razionalista. Il progetto era di tecnici guidati dal prof. Eugenio Morelli, tisiologo, che nel 1928 aveva analizzato l’aria della zona, individuando valori ottimali per la cura della tubercolosi. Agli inizi degli anni 30, l’INFPS (Istituto Nazionale Fascista della Prevenzione Sociale) sceglieva Sondalo per la costruzione del Santorio di quota. Nel 1932 arrivavano a Sondalo 1400 operai e tecnici che, insieme alle manovalanze assunte in loco, diedero vita a uno dei più imponenti cantieri dell’Italia.
L’intero complesso era concepito come una cittadella autonoma, composta da edifici con diverse funzioni. I padiglioni più importanti erano quelli di degenza, realizzati secondo la tipologia standard prevista con le camere a sei letti e le verande verso sud. La collocazione sul ripido versante impose lo sviluppo in altezza. Il Villaggio comprendeva nove padiglioni comunicanti, dotati ognuno di un cinema-teatro, di una scuola di alfabetizzazione, di un atelier di pittura e di una biblioteca autogestita da degenti; una chiesa, una piazza, un campo da bocce, un parco con una selezione delle essenze arboree più benefiche, giardini pensili, glicini rampicanti, piccoli negozi ubicati ad ogni curva della strada in strutture architettoniche circolari che riprendevano, all’interno del villaggio, il tema della «rotonda»: L’edificio della portineria centrale all’inizio del complesso, convertito a Museo. La rete idrica autosufficiente e il riciclo dei rifiuti erano stati inclusi nel disegno progettuale come una porcilaia nel piano più elevato del villaggio, al fine di recuperare gli scarti organici provenienti dalle cucine.
Il fine progettuale era la bellezza, come componente insostituibile della cura, perseguita alla stessa stregua degli accorgimenti tecnici, operativi e architettonici.
Oltre ai malati, nel secondo conflitto mondiale, ricoverò la pinacoteca di Brera, a rischio di bombardamenti, giunti per via roccambolesca con sacchi di cemento che la nascondevano. L’arte e la salute si intrecciano.

Sanatorio sanatoriale E. Morelli, Sondrio

Nel 1939 viene inaugurato il Dispensario antibubercolare di Alessandria in via Gasparolo, progettato da Ignazio Gardella, tra le più importanti testimonianze dell’avanguardia razionalista. Con il Dispensario attraverso il vetrocemento e il grigliato di mattoni ispirato ai fienili locali, utilizza il motivo della parete traforata dalla luce. L’edificio, destinato a prestazioni ambulatoriali e diagnostiche, informazioni, terapie e brevi ricoveri, viene progettato come un organismo funzionale che potesse al tempo stesso presentare un’immagine di accoglienza con ambienti luminosi e ampi spazi interni.

Dispensario antibubercolare, Alessandria

Conclusioni:
La tecnologia è stata lo strumento per realizzare l’idea di prendersi cura dell’ uomo, senza farmaci. In riferimento alla natura, sono stati adattati gli edifici all’ambiente, interattivo con l’antropocene fragile. Con un secolo di anticipo. Ancora oggi disatteso manifesto per il futuro non più di futuristi. Singolo, identitario di un popolo e di un suo momento storico: Firmitas, utilitas, penustas (vitruvio). Stabilità, utilizzo, bellezza. Ieri come oggi valori fuori dal tempo, inalienabili, per occuparsi della sofferenza, della pandemie, di bambini ai quali Eugenio Morelli, Elena e i loro architetti continueranno a regalare un sorriso e forse, la salute. Per i malati nuova energia dalla bellezza.
La forza dell’utopia e la modernità in un momento senza tempo. Ammirato nel mondo, dimenticato in Italia.
Potenza visionaria che continua a dialogare con le sfide della modernità, offrendo spunti di ispirazione e coraggio creativo alle nuove generazioni. Forza dell’utopia, valori dimenticati.

Maurizio Grandi (oncologo e immunoematologo)

Arianna Ballati (Psicologa neuroscienze nutraceutica)

Alessia Talmon (tirocinante psicologa La Torre)

Bibliografia
Grandi M., Ballati A., I farmaci e la meccanica quantistica della dottoressa Jelena la regina d’Italia, 2024
Riviera A., Bach e la matematica della vita, 2021
Sacchi M. , Galli della Loggia E., Roma diventò una Capitale con l’architetto Mussolini, Il Giornale, 2021
Manuale del Design – https://fliphtml5.com/jhywk/jdwn/Manuale_del_Design_/23/
Abcbenicomuni.it
Inftube – L’architettura e il design tra le due guerre
https://www.youtube.com/watch?v=dLRD8Gj6P74
https://www.youtube.com/watch?v=i712UsaDDYg

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