Caruso ha iniziato così…

Dopo aver frequentato l’Oratorio di don Giuseppe Bronzetti partecipando al coro della Parrocchia come “contraltino”,  Enrico Caruso iniziò ad esibirsi nei caffè, nelle case private, negli stabilimenti balneari in estate, offrendo un vasto repertorio di romanze e canzoni napoletane. E proprio nello stabilimento balneare  “Risorgimento” in via Caracciolo, fu notato dal baritono E. Missano che, colpito dalla sua voce, volle  aiutarlo affidandolo alle cure  del M° G. Vergine e offrendosi di sostenere le spese delle lezioni  di canto. In cambio Caruso si sarebbe impegnato ad  onorare il debito con una percentuale sui futuri guadagni.

Ma non tutti i “Posteggiatori” ebbero questa fortuna e queste doti eccezionali. In una intervista, Pavarotti definì Caruso “Il più grande tenore di tutti i tempi”.

Il giornalista e scrittore Mimmo Liguoro, ha dedicato vari scritti alla storia dei posteggiatori napoletani che giravano per Napoli e dintorni, cantando accompagnati dal violino, dalla chitarra (o colascione nel ‘700), dal mandolino, dalla immancabile tammorra, e vari tipi di flauti o pifferi, secondo il repertorio scelto.

Si immagina che i posteggiatori siano solo di sesso maschile, ma non è così. Mimmo Liguoro, in un libricino tascabile curato da R: Marrone per la Newton, inizia così il racconto: “Lucia ‘a madunnella, nient’altro. Si è perduta nel tempo l’identità della ragazza che, nel lontanissimo 1888, cantava per i clienti della trattoria” Villa di Londra”In via S. Sebastiano. Girava fra i tavoli…” “La sentirono cantare anche Pietro Mascagni e Vincenzo Gemito, ma questi fugaci incontri non modificarono il destino di Lucia…” “Qualche sera suonava con lei un uomo piccolo vestito di scuro: suo padre, musicista ambulante, cioè posteggiatore. Vent’anni e più trascorsi così, poi una sera la vita di ‘Lucia a Madunnella’ imboccò la strada dei sogni che si avverano: si sposò e divenne la contessa Valdieri, lasciandoci immaginare un finale da favola.”

Due esempi di carriere a lieto fine, il primo nei grandi teatri, in Europa, ma soprattutto in America, la seconda, nella residenza patrizia.

Ma, come afferma Liguoro, non tutti  i posteggiatori hanno vissuto una carriera gioconda e felice. Molti si sono accontentati di quanto potesse bastare a sopravviver, ma ripagati dal gusto per la “professione” e, così facendo, si sono guadagnati un posto di tutto rispetto nella storia della musica popolare napoletana.

Nell’ immenso mare di musica, parole, versi, odori che costituisce l’essenza della canzone napoletana, ma anche della “napoletanità”,  vale la pena aprire una pagina  sulla “posteggia”che si esibiva nelle case private in occasioni di ricorrenze speciali, nei ristoranti frequentati esclusivamente dai “signori”, ma anche nelle piazze e in Estate negli stabilimenti balneari dove  con le loro canzoni allegre, ironiche, romantiche e alle volte un poco tristi e nostalgiche, riuscivano a catturare l’attenzione dei presenti.

Alle volte i poeti dialettali usavano i versi per raccontare o ironizzare su avvenimenti storici che suscitavano critiche da parte del popolo che non aveva la facoltà di esprimere il proprio pensiero in prima persona, perché loro – i poeti e i musicisti – erano il popolo, e attraverso l’arte del canto e del sollazzo potevano esternare ciò che i loro concittadini non potevano fare, soprattutto in tempi difficili come quelli vissuti dalla metà dell’ottocento in avanti, fino al ripristino, o quasi, dell’equilibrio politico e in piccola parte, economico, fino alla Grande Guerra.

Molto spesso testimonianze di malcontento del popolo nei riguardi di avvenimenti storici, come in occasione dell’entrata “trionfale” di Garibaldi in Napoli (7 Settembre 1860), dopo la fuga di Francischiello e la venuta dei piemontesi nell’apoteosi dell’Unità d’Italia, venivano   commentate attraverso canzonette apparentemente ingenue e col solo intento di suscitare ilarità, ma la storia ci ha molto spesso insegnato che ilarità fa rima con verità.

La conquista dell’Unità d’Italia, non aveva certo liberato dalla povertà quella parte del popolo che si arrangiava per vivere e ben presto l’euforia della vittoria si trasformò in sofferenza e ribellione.

Ecco una parte del testo di una famosa canzone che girò per molto tempo a Napoli e dintorni (prudentemente di autore anonimo):

Italiella Italià

te fatte la bannera Italià

te le fatte de treculure

e nuje simme rimaste annure

annure e muorte e famme

come ce fece mamma.

I versi, le melodie, le improvvisazioni dei poeti e compositori napoletani hanno tracciato una linea parallela a quella segnata dalla storia che ci ha rimandato per lo più fatti ed eventi politici ed anche tragici senza soffermarsi sugli usi e  costumi del popolo nella sua quotidianità. E chi meglio dei posteggiatori poteva assolvere al compito di diffondere attraverso la musica,  quel ricco patrimonio offerto dal popolo, a sua insaputa, frutto di attenta osservazione da parte di poeti e versificatori improvvisati con il contributo di veri musicisti o di quelli dilettanti ma altrettanto prolifici. E non si tratta solo di osservazione del quotidiano, ma anche della capacità di riportare eventi storici trasformandoli in metafore ironiche e allusive ad una realtà alle volte troppo forte per essere digerita nella sua integrità originale.

È il caso della famosa “Michelemmà”, in voga alla fine del ‘700, cantata da generazioni di posteggiatori, come riferisce Mimmo Liguoro. La paternità di questa canzone è attribuita a Salvator Rosa, pittore, liutista e versificatore fantasioso come ci appare dai versi di Michelemmà, ispirata alle incursioni dei saraceni che rapivano le giovani fanciulle.

All’arme, all’arme, la campana sona,

li turche so arrivate a la marina…

E’ nata miez’a o mare

Michelemmà Michelemmà

E’ nata ‘na scarola ‘mmiez’o mare,

li turche se la jocano a primera …

Il mito è antico, i versi tardo ‘700, la musica che potrebbe essere stata scritta successivamente, o tramandata oralmente, è di stampo ottocentesco.

La traduzione del testo ha messo in difficoltà molti studiosi, ma quella più accreditata  sembra dare il significato di  “Michela e il mare” a “Michelemmà” e di “scavotta” cioè schiava a “scarola”.

Lentamente, dal canto popolare, la canzone napoletana divenne nell’ottocento un “fenomeno di massa” come sostiene sempre il Liguoro. E infatti  proprio in questo secolo e, soprattutto dalla seconda metà che ci fu un fermento di nuovi artisti: poeti, cantanti, musicisti, compositori  dediti a popolare il mondo della Napoli musicale.

Forse in quel momento storico c’era bisogno proprio di questo per sollevare gli animi e dimenticare ogni giorno il triste passato. E la  festa di Piedigrotta contribuì non poco ad incentivare l’ispirazione di tanti artisti.  La manifestazione nacque per celebrare Santa Maria della Grotta, ma in seguito subì una trasformazione che l’accomunò alla manifestazione canora per eccellenza.

Si svolgeva una festa in piena regola con l’arrivo di pellegrini da ogni parte del regno ed oltre i confini. Non mancava proprio nulla: suoni con strumentario di vario genere, canti, luminarie e per finire i fuochi a mare, rimaste ancor oggi famose attrattive della Campania.

In questa occasione, i posteggiatori gareggiano con particolare impegno, a lanciare le nuove composizioni canore, alcune delle quali ancora oggi in repertorio.

La capostipite dei successi canori di Piedigrotta è “Te voglio bene assai”, composta proprio nell’approssimarsi della ricorrenza e pietra miliare per quelle future.

Per tornare ai posteggiatori, elemento principe di questa finestra aperta sulle piazze, piazzette ristoranti e vicoli di Napoli, non si può fare a meno di citare un episodio che vede protagonisti un Grande Musicista e un posteggiatore: Richard Wagner e Giuseppe Di Francesco detto “’O Zingariello”.

Primavera del 1880, Villa Dorotea a Posillipo: ospite d’onore del principe d’antri è Richard Wagner, allieta la serata con esibizioni canore Giuseppe Di Francesco.

Il fascino della sua voce vellutata ha colpito il Maestro che lo porta con sé in Germania. E per due anni “O’ Zingariello” continua ad essere l’attrazione delle serate in casa Wagner, finché non viene da lui cacciato, come confesserà molto più tardi agli amici che lo interrogavano dopo il suo improvviso ritorno a Napoli.

In un primo momento, Giuseppe dice a tutti la stessa frase:” M’ero sfasteriato ‘e fa ‘o soprammobbile!”. Poi col tempo, confessa la verità: aveva violato la castità di una governante della casa e questa mancanza di rispetto non fu tollerata dal Maestro.

Non per tutti il mestiere di posteggiatore costituiva l’unico impegno, anzi,

per molti di loro era un secondo lavoro di piacere e molto spesso  erano conosciuti  con il soprannome rispecchiante il mestiere primario. Gennaro Olandese detto “‘O ‘nfermiere”, in attività dal 1883 nella birreria dell’Incoronata; Pasquale Jovino che aveva studiato dallo stesso maestro di Caruso, detto “‘O piattaro”, perché come mestiere aveva fatto il decoratore di piatti e l’elenco potrebbe proseguire, ma è sufficiente per noi comprendere la modalità con cui si riconoscevano i vari posteggiatori che giravano per la città, probabilmente dividendosi gli spazi e i luoghi per rappresentare il loro repertorio.

Molti posteggiatori viaggiavano per l’Europa e altri si spingevano oltre Oceano, soffrendo poi di nostalgia per la loro città. Ecco un’altra occasione per scrivere versi nostalgici che poi venivano cantati in occasione del Natale o di altre ricorrenze.

Ma il Natale con il suono delle zampogne, canti e suoni ovunque, aveva una doppia valenza: allietare e ricordare chi era lontano, anche se il ricordo faceva sfuggire qualche lacrima e sentire la mancanza di chi non era presente.

Il suono delle zampogne entrava nei negozi di frutta, nei mercati, nei vicoli semibui, nei bassi,  nei cortili dei poveri come in quelli dei ricchi dove si affacciano i palazzi dei nobili  creando un’aria di festa e di appartenenza, alla città, alla condivisione degli spazi comuni come la Chiesa, grande protagonista delle festività religiose.

Ed ecco i versi che volano in ogni angolo e giungono alle orecchie di chi è felice nll’attesa festa e di chi è triste nella solitudine di chi è solo:

Sta venenno Natale, e dinto ‘o vico

‘o fruttaiuolo ha fatto l’apparata

Cu frasche e pigne d’ ‘a Basilicata

‘ntorno a puteca, comm’ a tiempo antico.

Avisseve ‘a vedé sott’ ‘a ‘mpennata

Che ffilera e mellune; e nun ve dico

L’abbunnanzia d’ ‘e frutte  –benerico! –

‘nfra stelle ‘argiento e carta culurata…

Nuce e nucelle, ammennole ‘e Surriento,

fiche ‘e Calabria, mandarine doce

‘e Palermo, e castagne d’ ‘o Cilento…

Sta pure ll’uva, ‘na catalanesca;

e ‘a sera, a tiempo a tiempo, siente ‘a “voce”:

È venuto Natale e ancora è fresca!…

(Antonio Alonge)

In questa poesia sono ricordati i doni delle terre del sud che tutt’ora sono parte del patrimonio comune e ci ricordano di averne cura e di rispettare l’ambiente, ovunque siamo.

Così si chiude questa breve passeggiata sulla Napoli che fu e che ci auguriamo, nonostante la “modernità”, conservi ancora quello spirito gioviale e quel senso dell’ironia che aiuta a dimenticare ciò che della realtà non si vuole vedere.

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